fragm

cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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GUY DEBORD / LA SOCIÉTÉ DU SPECTACLE

Posted by alfredoriponi su giugno 25, 2007

215

« Le besoin de l’argent est donc le vrai besoin produit par l’économie politique, et le seul besoin quelle produit » (Manuscrits économico-philosophiques). Le spectacle étend à toute la vie sociale le principe que Hegel, dans la Real philosophie d’Iéna, conçoit comme celui de l’argent ; c‘est « la vie de ce qui est mort, se mouvant en soi-même ».

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JOE BOUSQUET / MYSTIQUE

Posted by alfredoriponi su giugno 23, 2007

Era una sera di novembre: ero solo e avevo freddo, il silenzio mi opprimeva. Nella mia camera rischiarata appena da una lampada vedevo ondeggiare le larghe foglie scure d’una palma che, il mattino stesso, era arrivata da Parigi; e,  poiché avevo appena ringraziato attraverso una lettera colei che mi aveva offerto quell’arbusto, mi sentivo triste di avergli espresso così maldestramente la mia riconoscenza. Il mio cuore non era più avanti a me nelle mie parole, ero raggelato. I miei sentimenti non erano che il rimpianto d’un tempo più ardente. Posai la penna. Gli ultimi riflessi del crepuscolo d’inverno si sollevavano come fiori nel movimento dell’aria fredda, pallida come la carne. La mia anima era deserta, estenuata da un’aspirazione senza meta. Amava sopra il mondo dove qualcosa le veniva incontro, penetrandola della propria impotenza a riscaldare il corpo estinto della vita; e rendendogli la propria disperazione sempre presente; come se il ricordo di una passione poteva essere il presentimento di un’estasi.
Allora, nelle scale che conducevano al piano superiore, risuonò un passo, stringendomi il cuore. Tesi l’orecchio: mi sembrò che un leggero fremito avesse agitato i rami della palma: “Quando un avvenimento, mi dissi, occupa il nostro spirito, bisogna pensare a lui unicamente perché tutto quello che tocca i nostri sensi sia la visione del suo mistero.” La palma distendeva le sue foglie nella camera dove il freddo entrava con il primo brivido notturno. Tremavo. Mi sembrava che in tutto il mio essere fosse la morte del mio cuore. E, gettando uno sguardo sul mondo ghiacciato che mi circondava speravo di trovarlo ancora più tetro, più desertico come se la realtà del mondo avesse dovuto precipitare nella tomba per non essere che una cosa sola con il mio amore. Allora il freddo divenne più dolce, carezzevole come il pallore della carnagione di una donna in occhi di lacrime; e mi ricordai improvvisamente che una giovane donna era morta la notte precedente nell’appartamento che solo pochi scalini separavano dal mio. Passi pesanti, affannati, esitavano ora sulle scale. Per un istante, l’aria che respiravo ebbe l’odore di una rosa leggermente appassita. Appoggiai la mano su un oggetto di metallo. Tutto era freddo, ma come la pietra delle altitudini dove lo sguardo si rassicura. La morta era forse con me? Tutto quel che vedevo la circondava della mia vita, l’introduceva nella grande luce di un tempo che si apriva. Si sarebbe detto che i battiti del mio cuore, infine, avevano dissigillato la freddezza dell’essere e che l’avevo sentito dirmi: “Mi farò carne quando tutti gli oggetti dei tuoi sensi si saranno fatti spirito.”

Bousquet, Mystique, Éditions Gallimard 1973

tr. Alfredo Riponi

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DICKINSON / SANNELLI “SU UN IO COLONNA”

Posted by alfredoriponi su giugno 20, 2007

Soft as the massacre of Suns
By Evening’s Sabres slain
(E. D.)

“Soudain au loin le pas la voix rien puis soudain quelque chose quelque chose puis soudain rien soudain au loin le silence” 1. La paura di Massimo Sannelli: “rendere ciò che è come è”. “I testi di Emily Dickinson tendono ad essere semplificati ed ipersemplificati (e più sono impervi più sono massacrati, a partire dalla loro facies tipografica: maiuscole e punteggiatura)…” 2. Lavoro di traduzione che è uno « studio » sull’opera. Sannelli è un interprete, ma non c’è declamazione, c’è l’essenzialità del verbo. Non testi semplici, ma testi segreti che custodiscono il loro segreto. La parola condensata all’estremo, poi – ad un tratto – nel tratto il silenzio. “Da Emily Dickinson non ci si deve aspettare niente, se non una Conoscenza per lampi e guizzi di profumo” 3. Frammenti di tempo e spazio, nessun clamore. Hölderlin scriveva : “À la limite extrême du déchirement, il ne reste en effet plus rien que les conditions du temps et de l’espace”. Emily Dickinson costruisce il suo mondo sulla parola, rugiada e balsamo. Morte, Gloria e Bandiere non appartengono all’orizzonte del Verbo, ma al Deserto che cresce. “Le Bandiere – travagliano il Viso di chi muore – ”. Disseta, invece, la sua Parola: Rugiada, Ventaglio dolce, Mani amate, Aria fresca; “Questa è la mia Presenza Accanto alla tua Sete” (poem 715). Il poem 802, che Massimo Sannelli non ha tradotto, rende appieno l’illusione del Tempo e dello Spazio; è la prova che Emily Dickinson medita sull’Essere, e, non trovando che un’illusione al proprio essere finito nel Tempo, al Tempo rinuncia trovando nei Rudimenti dello Spazio la Finitudine e l’Eternità. Senza la paura. Così l’Ego sum non è prova ontologica, perché il Dubbio è il muro contro l’Angoscia del Reale. “Una fugace ombra di nubi su una landa ascosa: è questo l’offuscamento che la verità come certezza della soggettività, preparata dalla certezza di salvezza del cristianesimo, proietta su un Evento che le resta proibito esperire” 4.

1129.

Di’ tutto il vero, dillo obliquo –
Il trionfo è nel cerchio –
Troppo splendore per la nostra
Gioia – fioca –
La sorpresa superba
Del vero – è, come il Lampo
È ai bambini

Facilitato da parole umane:
O il vero abbaglia, piano,
O acceca il mondo –

Così Heidegger parlando dell’Aperto ne vede la totalità, il cerchio più ampio racchiudente le “regioni per noi inaccessibili”. “ La morte è la faccia della vita a noi occulta, da noi non rischiarata” (Rilke). “Che cos’è ciò che nel volere abituale dell’oggettualizzazione del mondo ci rimane sbarrato e sottratto da noi stessi ? È l’altro Ritiro: la morte”  5 . “Ma dove è pericolo, cresce anche ciò che salva” 6. È sorprendente quanto Emily Dickinson si trovi nella vicinanza di questo pensare: “Dal momento che la Morte è la prima forma di Vita che abbiamo il potere di Contemplare, […] è (strano) sorprendente che il fascino della condizione pericolosa in cui ci troviamo non ci seduca maggiormente. Con frasi del genere, proprio sulla nostra Testa, siamo esclusi dalla Gioia né più né meno che le Pietre –”

Nella poesia d’esordio dello “Studio”, due versi:

7.

E morte, è l’attenzione
Rapita all’Immortale

Altri versi, musica poi silenzio. Fine.

258.

C’è una Piega di luce,
Pomeriggi invernali –

……………………………

Quando viene, il Paesaggio
Ascolta – le Ombre tacciono –
Quando sale, è il Distacco
Sul viso della Morte –

789.

Su un Io Colonna è agio
Superare l’Angoscia –

1109.

Studio per loro –
Cerco il Buio,
Finché non sono pronta.
Questa fatica è la sobria
Fatica:
Con questa sola dolcezza
Che basta – il digiuno che
Offre per loro un cibo più puro,
Se io potrò,

Almeno avrò lo slancio, avuto,
Del Progetto –

1770.

Experiment escorts us last –
His pungent company
Will not allow an Axiom
An Opportunity

Questo libro non resterà “un esperimento che potrà essere dimenticato e superato o guardato con la piccola pietà intellettuale”. E il Sospetto che diventa quasi Certezza, che Rimbaud, Celan, Dickinson attendevano ancora d’essere “veramente” tradotti.

 

—————————————————————————————————

1   Samuel Beckett, Comment c’est,
2   3 Massimo Sannelli, “Loved Philology”, prefazione a “Su un Io Colonna
4  Martin Heidegger, L’epoca dell’immagine del mondo
5  Martin Heidegger, A che poeti ?
Holderlin, Patmos

Emily Dickinson, Su un Io Colonna, a cura di Massimo Sannelli, La Camera Verde – Roma 2007

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BECKETT / TESTI PER NULLA

Posted by alfredoriponi su giugno 1, 2007

XIII.

Possibile, sarebbe finalmente questa la cosa possibile, che si spenga questo nero nulla dalle ombre impossibili, questa finalmente la cosa fattibile, che l’infattibile finisca e il silenzio taccia, lei se lo chiede, questa voce che è silenzio, o è me, come saperlo, il mio io di due lettere, sono sogni, silenzi che si equivalgono, lei e io, lei e lui, io e lui, e tutti i nostri, e tutti i loro, e tutti i loro, ma di chi, sogni di chi, silenzi di chi, vecchie domande, ultime domande, di noi che siamo sogno e silenzio, ma è finita, siamo finiti, noi che non fummo mai, non ci sarà più niente dove non ci fu mai niente, ultime immagini. E chi, a ogni muto milionesimo di sillaba, e inestinguibile infinito che si scava di rimorsi, morso dentro morso, ha vergogna di dover ascoltare, di dover dire, di qua dal menomo sussurro, tante menzogne, tante volte la stessa menzogna e bugiardamente smentita, di chi è questo silenzio urlante che è piaga di si e coltello di no, lei se lo chiede. Ma il desiderio di sapere, che ne è successo, lei se lo chiede, non c’è, la voglia non c’è, il cervello non c’è, nessuno sente nulla, chiede nulla, cerca nulla, dice nulla, ode nulla, è silenzio. Non è vero, si è vero, è vero e non è vero, è silenzio e non è silenzio, non c’è nessuno e c’è qualcuno, niente impedisce niente. E la voce, la vecchia voce languente, potrebbe finalmente tacere, e non sarebbe vero, come non è vero che parla, non può parlare, non può tacere. E se ci fosse anche un giorno qui, dove non ci sono giorni, in questo luogo che non è un luogo, l’infattibile essere, nato dall’impossibile voce, e un barlume di giorno, tutto sarebbe silenzioso e vuoto e buio, come adesso, come tra breve, quando tutto sarà finito, tutto detto, dice lei, bisbiglia.

(Samuel Beckett)

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