fragm

cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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Philippe Lacoue-Labarthe / phrase

Posted by alfredoriponi su giugno 16, 2011

Non dobbiamo dire che il divino un tempo è fuggito dal corpo degli uomini, ma che le più terribili, le peggiori cesure della nostra esistenza, la follia innanzitutto, attestano che ci siamo staccati dal corpo divino. […]. L’anima è la traccia di questo staccarsi, di questo strappo. Una cicatrice mai richiusa ne suturata. […]. La nostra ferita, l’infermità della nostra nascita, ci precedono, sono anteriori a noi. Siamo già morti, lo sappiamo. […]. Ma perché averci dato la morte, e questo ridicolo viatico, per farci vagamente dimenticare che non la conosceremo mai?” (Phrase XVII)
La poesia filosofica di Lacoue-Labarthe, una “poesia pensante, che pensa attraverso il canto” secondo l’espressione di Jean-Luc Nancy. Un canto che viene da prima della nascita, dalla voce della madre, dall’inudibile. Canto dell’ante-nascita, frase che si ripete, frase senza sbocco, mai pronunciata, o soltanto a metà, che resta sulle labbra. La frase che tenta di risalire, di ritrovare l’origine, l’impossibile origine. Sempre la stessa frase, è il sospetto di Lacoue-Labarthe, che non può giungere a compimento.

a. r.

*

FRASE XVI

Quando dice che l’orecchio è l’organo della paura, non è per evocare lo spavento delle bestie (parla soltanto dell’immensa terrificante notte dell’umanità delle caverne) né la nascita  del più antico sortilegio, no, ma l’affinità dell’inno e della notte: l’oscuro. L’altro, invece, il discepolo viennese che ossessionava Mahler, considera che la musica è sorta, come eco del suo lamento d’agonia, lui, la prima vittima, un dio quasi (o la nostra estrema intimità). Solo elegia, dunque. Ma, e non è un’obiezione, mi si fa notare che tuttavia ci sono i timbri: figure, scansione, body and soul  tutt’uno, e la mirabile sincope, possibilità infinita del nostro soffio e del nostro dialogo, forse. Forse; ma a condizione di ascoltarli, loro, i dominati sollevati dalla collera o distrutti dall’abbattimento (e con essi, non fingere d’ignorarlo, gli erranti di sempre, i dispersi). Ora, in verità, risuona in noi solo ciò che non c’è dato di sentire, e non può esserlo. Non una voce silenziosa e pura né il rumore afono del nulla. Ma l’inaudito, semplicemente, prima d’essere precipitati,  prima ancora della nostra immortale cancellazione, e di cui nessuna memoria è misura. Tuttavia riconosciamolo: gioia, sconforto, spaventevole quiete anteriore. Niente, su nessun registro, ci sconvolge a tal punto, niente, se non questa cesura del tempo al fondo dello sguardo di chi ci ha già lasciato. Ognuno. Questo, sì, ci lascia storditi.

[tr. a. r.]

*

PHRASE XVI

Lorsqu’il dit que l’oreille est l’organe de la peur, c’est pour évoquer, non l’effroi
Des bêtes (il parle seulement de l’immense nuit terrorisée
De l’humanité des cavernes) ni, pas davantage, la naissance
Du plus anciens de tous les charmes, non, mais juste
L’affinité de l’hymne et de la nuit : l’obscur. L’autre, en revanche, le
Disciple viennois que hantait Mahler, tient qu’elle a surgi, la musique,
Comme l’écho de sa plainte d’agonie, à lui, le premier tué,
Un dieu presque (ou notre extrême intimité). Rien qu’élégie, donc. Mais,
Et ce n’est pas une objection, on me fait remarquer que tout de même
Il y a les timbres : figures, scansion, body and soul  tout un, et la
Syncope admirable, cette chance infinie de notre souffle et de notre entretien, peut-être.
Peut-être ; mais à la condition de les entendre, eux,

Les asservis que soulevait une colère ou détruisait l’abattement (et avec
Eux, ne pas feindre de l’ignorer, les errants de toujours, les dispersés). Or,
A la vérité, jamais ne résonne en nous que
Ce qu’il ne nous est pas donné d’entendre, et ne peut l’être. Certainement pas
Je ne sais quelle voix de fin silence ni quelle rumeur aphone du néant.
Mais l’inouï, tout simplement, d’avant que l’on nous ait précipités,
D’avant même notre immortel effacement, et dont nulle mémoire
N’est à la mesure. Pourtant nous le reconnaissons :
Joie, détresse, quiétude effroyablement antérieure.
Rien, dans aucun registre, ne nous renverse à ce point,
Rien, sinon cette césure du temps tout au fond du regard
De qui nous a déjà quittés. Chacun. Cela, oui, nous laisse assourdis

(Septembre 1998-septembre 1999)
(Mannheim, 6 décembre 1999}

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