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cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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BENJAMIN / ATGET

Posted by alfredoriponi su ottobre 8, 2012


C’è un “valore cultuale” dell’opera d’arte, che arretra con l’affermarsi della fotografia, a cui si sostituisce il valore di esponibilità. L’opera d’arte può anche restare nascosta (in relazione al suo potere magico, al suo essere in funzione di un rito). Con la riproduzione tecnica dell’opera d’arte cresce la sua esponibilità e decade il valore cultuale. Con la fotografia il valore di esponibilità è al suo massimo; il valore cultuale resiste all’inizio solo nel ritratto, legato al ricordo dei morti (loro culto). Atget, per primo, fa scomparire il volto umano dalle vedute di Parigi. Il luogo del delitto è deserto.

[cfr. W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, par. V]

*

 “I dettagli insignificanti e gli angoli miseri di Parigi nei primissimi anni del Novecento, che Atget coglie, non sono altra cosa. L’annidarsi di un senso quale che sia (di una qualche “bellezza”) all’interno di una corte privata, di gradini d’albergo, di una staccionata sghemba di legno (Moulin de la Galette, 1900), delle sudice baracche della Porte d’Ivry (1910) sembrerebbe eventualità remotissima, irrealizzabile; ci troveremmo, nel caso, di fronte al contrario di un’estasi davanti alla struttura, al “bello” inteso come armonioso; eppure l’immagine della rovina, del tralasciato, del pulviscolare, dell’insignificante dà senso, lo emette; meglio può trasmetterlo. Non è il senso pomposo dell’impresa, dell’eccezionale. È il senso a basso voltaggio, mite – volendo – ma non inesistente, della vita per come già (comunemente, per tutti) è. (E per come questa è – distrattamente – accostata, sfiorata).”

[ Marco Giovenale / http://slowforward.wordpress.com/2012/09/29/riambientarsi-ma-anche-difendersi/ ]

*

http://www.masters-of-photography.com/A/atget/atget_quai_danjou_full.html

http://www.google.it/atget

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