fragm

cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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da: I CANI DEL SINAI / Franco Fortini, 1967 / 3

Posted by alfredoriponi su ottobre 10, 2012

 

“D’altronde, queste pagine non sono una appendice al Giardino dei Finzi-Contini. Hanno un’altra pretesa: suggerire l’esistenza di alcune macchie lutee, insensibili alla luce normale. La forma autobiografica, dovrebbe capirlo anche un critico di avanguardia, non è che modesta astuzia retorica. Parlo anche dei casi miei perché certo che solo miei non sono. Della mia “vita” non me ne importa quasi nulla. (p.35)

 

*

 

Ricordo con quanta serietà penosa ho ricevuto, nel maggio del 1939, il battesimo che — retrodatato di dieci o dodici mesi – avrebbe dovuto scamparmi. Con che vergogna anche: non di apostasia ma di ipocrisia. In quei mesi, affannarsi a chiedere udienza alle autorità dei Gruppi Universitari Fascisti, a fare anticamere interminabili, col batticuore e l’inutile dignità, a sollecitare interventi di notabili o dichiarazioni di amici che attestassero la mia lealtà al regime. Ma non c’era verso, quelli del Fascio non erano così cretini, nessuno mi rinnovava più una tessera. Per due anni, fino a quando, liberatoria, non venne la chiamata alle armi, il vuoto intorno, mostrarmi amicizia, farsi vedere con me per le vie di Firenze, venire a cercarmi, poteva screditare, indicare. “Sporco ebreo antifascista”, queste parole, accompagnate da un pugno e dal sapore del sangue sui denti; e il pugno era quello d’un senior della Milizia, fratello d’un mio conoscente che avrei traviato col mio giudaismo; e miei i denti; in una via del centro di Firenze, tra la folla, primi di novembre del 1939, l’Italia non ancora belligerante: queste parole avrebbero dovuto fissarmi, identificarmi. Sette mesi dopo, dichiarata la guerra, al carcere delle Murate mio padre, in una bella mattina di giugno lo sciocco orgoglio di sedere per la cerimonia della laurea davanti ai professori della facoltà di lettere, in giacca scura, camicia bianca e cravatta. Ora intendo che quegli anni avrebbero dovuto legarmi ad una delle unità, dei nuclei fra cui vivevo e anzitutto, perché dei più colpiti, a quello degli ebrei; almeno al viso di mio padre che viveva solo per udire i timpani di radio Londra, affiochiti dai microfoni della cuffia clandestina. E invece mi ritraevo da tutto.

 

[Franco Fortini, I cani del Sinai, Quodlibet 2002, pp. 48-49]

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