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cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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Figure di un teatro che perdura

Posted by alfredoriponi su luglio 12, 2015

Alfabeta2. alfadomenica 12 luglio 2015. Figure di un teatro che perdura

su

Toccare il reale. L’arte di Romeo Castellucci
a cura di Piersandra Di Matteo
Cronopio (2015), pp. 236

TRC

«Forse un uomo costruisce per il suo avvenire in più d’un modo, costruisce non solo nel senso del corpo che sarà il suo domani o l’anno prossimo, ma nel senso delle azioni e dei successivi irrevocabili indirizzi di azione risultante che i suoi deboli sensi e intelletto non possono prevedere ma che di qui a dieci o venti o trent’anni egli intraprenderà, dovrà intraprendere per poter sopravvivere all’atto» (Faulkner).

Scrive Georges Perec: «Roussel scoprì Venezia… Vi scoprì, unica volta nella sua vita, un luogo che incorporava il suo proprio senso del reale: l’illusione del teatro iscritta nella pietra». Così Castellucci va a Venezia, a presiedere la Biennale del 2005 e non presenta un’opera sua, perché «pleonastico» in una città-teatro. In quel “Preludio sul suolo classico” di C. W. Ceram, citato nel saggio di L. Amara (Pompei sopra Venezia) – che apre la sezione di «Toccare il reale», dedicata alla curatela di Castellucci della Biennale –, la scoperta dell’altra città sepolta dal vulcano (Ercolano) passa attraverso il rinvenimento del suo teatro: «Così fu scoperta una città sepolta, poiché dove c’era un teatro doveva trovarsi una città» chi scavava «era capitato nel bel mezzo del palcoscenico pieno di statue… l’impeto violento del torrente di lava aveva fatto precipitare la parete posteriore del teatro, la scena riccamente adorna di statue, sul palcoscenico, dove da millesettecento anni riposavano quelle membra di pietra». «In Pompei. Romanzo della cenere – scrive L. Amara, convocando nel suo saggio filosofi e artisti presenti nel 2005 a Venezia – teatro e atto del pensiero non sono scindibili». Un’onda sismica è quella che si ripercuote, attraverso il teatro, dalla terra (da ciò che è sepolto) al corpo (dove altro sta sepolto in attesa di risvegliarsi). Viene ricordato l’archeologo Giuseppe Fiorelli che a metà Ottocento «grazie al metodo del calco, fece riempire con una colata di gesso alcune cavità ritrovate durante gli scavi. Quando il gesso fu asciutto, eliminato l’involucro, vennero fuori quattro corpi». Avvicinare i concetti di cavità e calco, vuoto e pieno, equivale a «sollevare l’opera della cenere per un tempo di esposizione che è quello del teatro»…

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