fragm

cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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Archive for the ‘celan’ Category

CELAN | L’ALDILÀ CHE IN ALTRA LINGUA

Posted by alfredoriponi su ottobre 9, 2014

L’ALDILÀ CHE IN ALTRA LINGUA
passava qui il ferro rovente:

così facilmente canti di lode
non saziano uno come noi.

Da sei scintille
guidate durezze
vengono. E nulla

di marginale.

.
[da Paul Celan «Sotto il tiro di presagi. Poesie inedite 1948-1969», trad. di M. Ranchetti e J. Leskien, 2001]

Bachmann Celan

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PAUL CELAN / MICROLITI

Posted by alfredoriponi su giugno 18, 2011


« Microliti sono, pietruzze appena percepibili, lapilli minuscoli nel tufo denso della tua esistenza – e ora tenti, povero di parole e forse già irrevocabilmente condannato al silenzio, di raccoglierli a cristalli? Rifornimenti sembri attendere – donde dovrebbero venire, di’? ».

Avevamo raggiunto la sommità del colle, Karin e io, mano nella mano eravamo saliti senza rivolgerci una parola e scambiando uno sguardo solo di tanto in tanto, quando passavamo accanto ai cespugli di pruno nero, che a quel tempo avevano una fioritura eccezionalmente ricca.
Era la nostra ultima camminata insieme in questo luogo e l’avevamo intrapresa non per dire addio alle cose che nelle tre settimane di nostra permanenza ci erano divenute cosi familiari, ma piuttosto per tributare grazie a tutto quanto intorno giacché ci aveva aiutato a […] il paesaggio che ci aveva permesso di ottenere certezza su quanto credevamo di essere l’uno per l’altra.
Mentre tutto il passato davanti alle cose qui aveva vissuto il suo definitivo compimento, il pruno nero era l’unico sopravvissuto indenne di allora: in lui nulla s’era chiarito, lo avevamo risparmiato ed esso stesso poi per tutto il tempo non era uscito dallo ieri: diversamente da frassini e platani non ci aveva seguiti passo passo ed era stato possibile trovarlo solo in questo posto.

Un’ora allattata dai lupi – qui da noi si sa fin troppo bene cosa significa. Grigia, grigiolupo, viene strisciando, inosservata ti si avvicina di soppiatto, si ferma china dietro un ultimo, esitante attimo di luce diurna, e poi – prima che te ne renda conto, ti salta addosso, riesce ad acciuffarti. Tu opponi resistenza, tiri e strappi gli artigli che ti hanno ghermito – invano, non ti molla. 0 meglio: ti molla solo quando le pare e piace, non prima. Quando? Non puoi prevederlo, nessunissima esperienza ti dà un’indicazione. Non dura a lungo, e smetti di resistere. Dopodiché si dà al suo lavoro peculiare, lentamente, con cautela, di gusto. Quel che ha di lupesco scema e lei, l’ora, la scheggia di tempo penetra in te, sempre più fonda – ma fin dove?
Qui da noi lo si sa bene. Certi credono perfino di sapere che ci si è già rassegnati, che si sa vivere quest’ora come il cambio atmosferico. Non ci si pensa mai troppo, si vive piuttosto semplicemente alla giornata, tranquilli, un po’ ciechi, un po’ sordi, un po’ muti. Un sommesso «ah sì, ovviamente, eccola tornata dunque» è tutto quel che si proferisce quando irrompe – o poco più. Ho dovuto già spesso meravigliarmi di quanto insignificante sia la traccia che lascia nella memoria della gente.
In ogni caso non mi è finora riuscito di spiegare questa traccia. Le domande si rivelano qui oziose: la gente fa come se non ti capisse, o porta il discorso su un altro argomento. Nessuna espressione li tradisce qui: la tua domanda sembra appartenere a quelle da non ripetere agli altri perché senza interesse.

© Emanuela Zandonai editore, 2010

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