fragm

cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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Archive for the ‘filosofia – articoli’ Category

A sé e agli altri

Posted by alfredoriponi su aprile 27, 2014

aseaa

su: Nadine Tabacchi, Attraverso il normale e il patologico. L’irriducibilità necessaria in G. Canguilhem
https://www.academia.edu/6877664/Attraverso_il_normale_e_il_patologico._lirriducibilita_necessaria_in_G._Canguilhem

La psichiatria dell’internamento forzato. Un ragazzo abbandonato, orfano, povero, internato a otto anni. Più di una semplice ipotesi l’utilizzo dei pazienti come cavie nella psichiatria, non solo delle origini: non concedevano alcuna alternativa a quelli che rinchiudevano. E il ceto sociale dal quale attingere era quello che più facilmente escludeva il diverso. Una bocca in meno da sfamare. Dall’analisi delle cartelle cliniche ci s’accorge della povera grammatica alla quale stanno appese: l’indicativo presente. Un tempo che esprime solo le loro certezze, e mai il dubbio.
“E un buon medico si ritrova nella soggettività del suo discorso sul paziente” scrive N. Tabacchi, perché giustamente se il medico non si mette in gioco nell’essere a tu per tu con il paziente, ritenendosi al di sopra della stessa malattia, scompare il soggetto malato, resta l’oggetto d’indagine, “c’era anche la feroce necessità di far sparire la soggettività intesa come mancanza di scientificità”. “Resta la mancanza della prova della malattia mentale, anche nella psichiatria attuale”; forse perché l’unico sostegno alle diagnosi sono i comportamenti, se ricevi una botta in testa, metaforica o meno, e continui a comportarti normalmente non sei mentalmente malato.
“Purtroppo però, quando il limite di una fra le scienze più umane, non viene contemplato, ma surclassato ritenendolo un fardello pesante atto solo a zavorrare e non viene compreso nelle sue possibilità, quel che ne uscirà è esattamente il manicomio tout court. […]. Luogo di detenzione, di soprusi ma anche di assurde sperimentazioni”. La parte sull’acido culicilico del saggio è impressionante e esemplifica dove davvero s’annida il germe della pazzia. Dopo aver martoriato il corpo dei malati si conclude “Ma solo attraverso la ricerca vi saranno sicuramente altre risposte positive”.
Forse la specie umana è quella che si conosce meglio di tutte le altre, anzi è l’unica perché le altre non hanno questa presunzione. Ma c’è un indicibile.
Il caso Antonio Elia Tubani. “Come fa Tubani, pur nella logica del suo ragionamento, a non capire che le voci che sente sono irreali? Pur riconoscendo che esse sono la causa della sua rovina”. Perché le prende per realtà e non arriva a comprendere la loro natura allucinatoria? Forse perché nel momento stesso in cui scrive le voci lo perseguitano ancora. Non è la voce in sé a inquietare, ma il suo referente. Il nemico non è la voce interiore, ma chi si è impadronito della sua coscienza, e ora detiene la voce. E lo obbliga a crederci, a seguirla. Non è più la voce della coscienza, ma di un’autorità superiore. I generali, i potenti del pianeta, ma anche un amico al quale bisogna riparare un torto. Denunciare il nemico interno è l’unica soluzione. Scrivere al nemico per invitarlo a smettere di compiere atti malsani, contro natura. “Quale disagio può determinare il sentirsi derubati e depauperati dei propri pensieri? Posseduti da altri, commentati da altri, consapevoli che quel che egli sente è frutto d’una tela ben più grande, enorme, di una tela tessuta da tutte le persone che lo circondano? Incastrati in una trappola operata da tutti? Ciò determina un’ansia mostruosa. Un cortocircuito difficilissimo da risolvere e che paradossalmente si autosostanzia infinitamente”. La mente viene invasa dagli altri, dalle voci critiche. Un’invasione che non si può raccontare perché incredibile, come un attacco alieno.
L’ospedale che reclude con i suoi medici e infermieri diventa oggetto reale della denuncia di Tubani, i suoi incubi paranoici si sono materializzati con l’internamento. Le voci hanno preso corpo. “Ma se le frasi inerenti la ‘trasmissione’ ci evidenziano la malattia di Antonio, queste ultime frasi invece sono così lucide e sensate che ci fanno comprendere anche la malattia del manicomio. Sono così limpide da far capire come la cura divenisse detenzione forzata, distante dallo scopo della medicina di guarire, somigliante piuttosto al carcere. La liberazione di questi malati attuata in Italia da Basaglia deve riecheggiare attraverso queste parole”. Dovunque nasca la malattia (nel double bind), comunque si sviluppi (nello svincolo impossibile), la sua degenerazione deriva dall’internamento. E se, come risulta dalle lettere di Tubani, un individuo si sente sequestrato, significa che la sua mente concepisce la sola cosa capace di definire un uomo, la sua libertà. E questo, in genere, vale per ogni essere vivente.
alfredo riponi

 

http://www.mimesisedizioni.it/Frontiere-della-psiche/A-se-e-agli-altri.html?Itemid=0

«A sé e agli altri. Storia della manicomializzazione dell’autismo e delle altre disabilità relazionali nelle cartelle cliniche di S. Servolo». A cura di Concetta Russo, Michele Capararo, Enrico Valtellina. Mimesis 2014

L’autismo, considerato al tempo della sua individuazione (gli anni quaranta del secolo scorso) e per molto a seguire una condizione rara, negli ultimi due decenni è diventato oggetto di un’attenzione crescente, non solo da parte del sapere medico e delle politiche sociali che da questo procedono, ma in senso più ampio di un’attenzione culturale assolutamente straordinaria per una condizione patologica. Risalendo lungo il crinale della storia e attraverso l’analisi delle cartelle cliniche dell’Archivio dell’ex Ospedale Psichiatrico di San Servolo a Venezia, questo libro indaga le categorie della nosografia psichiatrica tardo ottocentesca che facevano segno alle problematiche relazionali, ciò che oggi viene accorpato nella vasta e multiforme area dei disturbi generalizzati dello sviluppo dello spettro autistico, e la gestione delle stesse nelle istituzioni totali. Ciò che ne risulta non è solo una sorta preistoria dell’autismo, ma una riflessione critica che indaga questa diagnosi come oggetto culturale.

 

 

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Luca Zendri – La fabbrica delle psicosi

Posted by alfredoriponi su Maggio 12, 2012

“Il sole splendeva, senza possibilità di alternative, sul niente di nuovo” (S. Beckett, Murphy).
Spossessamento, peso del mondo, un mondo che gira e rigira nella testa, ma non si mette mai a posto, quel che c’è “dentro al mondo” non trova un’analogia nelle immagini che si formano nella mente. Tutto gira “come la pompa di una caldaia”, ma è una produzione senza scopo, e il corpo, nello sforzo titanico per arrivare alla fine del processo, va in frantumi. Perché tutto questo? Per paura della morte, che il mondo s’estingua, la fine del mondo. L’assenza è ovunque, perché ogni cosa finisce; gli altri – chi  ci ama – ci lasciano. E cadiamo nell’abisso del nulla.
Il rapporto con la morte, il lutto, l’assenza, non è soltanto individuale, ma coinvolge in generale la biologia del corpo, e le generazioni precedenti (il clan psicotico) che hanno vissuto sia sulla loro pelle, sia immaginariamente, il dramma della morte. Segreto di famiglia trans-generazionale, lutto impossibile, sotterramento di un vissuto inconfessabile, incorporazione segreta dell’altro.
Inchiodati al nostro io, al pensiero di un corpo che si sa e si vuole mortale, siamo anche esposti allo sguardo degli altri, la famiglia, che sorveglia.
“La metamorfosi dell’uomo esige migliaia di anni per la formazione del tipo, e poi delle generazioni; sicché un individuo percorre durante la sua vita quella di molti individui” (F. Nietzsche).
“L’uomo ha fame di localizzazione astratta quanto ha fame di proteine, zuccheri e grassi. L’uomo muore di fame, o di privazione astratta di un luogo invisibile, ma logico, in cui trovarsi con il consenso di qualcuno” (p. 52). Questo potere di astrarre dal mondo per ritrovarsi in un luogo non luogo (invisibile, astratto) è fondato sul linguaggio, sulla possibilità di parlare di fronte a un tu altrettanto disincarnato, voce – via – voce, senza la via silenziosa del linguaggio è l’assenza di mondo, è il vuoto, è la mancanza di un riparo nel mondo.
È l’atto di parola che rende possibile il movimento nel mondo contro lo “stare fermo” dei corpi, immobilizzati in questa parte d’universo. La parola viaggia e ritorna incessantemente indietro. Ma prima d’essere “nulla solido reale” la parola è cibo reale solido e fluido. Non generare un mondo chiuso per un essere non generato.
Entra in gioco nella vita dell’individuo la parola “essere” che non è più soltanto il termine di un movimento dialettico “essere / non essere”, ma è il proprio “essere nel mondo”. L’Esserci che ci rappresenta, che non può essere alterato, falsificato. Questa rappresentazione del sé che è il proprio “corredo ontologico”.
“La metafisica non può proporsi di raggiungere quell’atto di esistenza (ipsum esse) che secondo San Tommaso, è il nucleo centrale di ogni essere” (E. Gilson). L’univocità dell’essere o la pura soggettività (Dio) si contrappone a quegli atti di esistenza che contraddistinguono la coscienza intenzionale.
“Questo “avere nello sguardo”, “negli occhi della mente”, appartenente all’essenza del Cogito, non è esso stesso un atto distinto, non può venire scambiato con un percepire. L’oggetto “intenzionale” della coscienza non è l’oggetto-afferrato. […]. Nell’atto del valutare, in quello del gioire, nell’amare, nell’agire, prestiamo però attenzione al valore, all’oggetto che ci rende felici, all’oggetto amato, all’azione senza afferrare nulla di ciò” (Husserl, Idee I).

alfredo riponi

*

La fabbrica delle psicosi

Tradizionalmente la diagnosi di psicosi si applica ad una singola persona, a quella donna lì, a quell’uomo lì. Questo libro studia le psicosi come fenomeno più vasto, che interessa almeno due delle generazioni precedenti la nascita della malattia nel singolo. Luca Zendri fa emergere le leggi che regolano i “clan” psicotici, leggi inesorabili e condivise, anche se del tutto invisibili che l’ambiente familiare rispetta come si obbedisce a un meccanismo implicito. Il metodo di lavoro è quello della psicoanalisi, applicata questa volta a uno dei terreni più delicati e scivolosi della clinica. Osservate e studiate attraverso la lente analitica, le psicosi ci aiutano forse a scorgere alcune caratteristiche della nostra specie, così sensibile alla “lingua matematica” con cui sembra parlarci la natura.
Indice: Prefazione. i. Il meccanismo delle psicosi (1. La macchina; 2. La delocalizzazione; 3. Il clan psicotico; 4. La manovra di spossessamento; 5. «Stai fermo lì»; 6. La madre; 7. La fenomenologia della miseria; 8. Mors tua, vita mea; 9. I sorveglianti; 10. La parola come proiettile retico; 11. Come fare cose con le parole). ii. In corpore vivo: vite esemplari (1. La psicosi perfetta; 2. Instrumentum regni; 3. Il cosiddetto “resto”; 4. Il cervello macchina). iii. La terapia (1. Dentro o fuori dalla macchina: un’alternativa secca; 2. La bolla innocua dello spazio analitico; 3. La sostituzione concessiva; 4. L’inversione della macchina e l’impensabile; 5. La piena libertà di un dispositivo). Bibliografia.

http://www.quodlibet.it/

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WITTGENSTEIN

Posted by alfredoriponi su novembre 15, 2011

Seguendo le “Ricerche filosofiche”, servirsi di parole e immagini, di un linguaggio, si riduce nella comunicazione sociale al porre domande e ricevere ordini. Per giungere al pensiero, dobbiamo ammettere quella formula dubitativa che è già contenuta nell’ “Io penso” (R.F. p.22).

*

3.13 Nella proposizione è contenuta la forma, ma non il contenuto, del suo senso.
4. Il pensiero è la proposizione munita di senso.
4.022 La proposizione mostra il suo senso. … mostra come le cose stanno, se essa è vera.
4.023 La proposizione è la descrizione d’uno stato di cose.
4.1 La proposizione rappresenta il sussistere e non sussistere degli stati di cose.
4.115 Essa (la filosofia) significherà l’indicibile rappresentando chiaramente il dicibile.
5.6 I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.
5.641 L’Io entra nella filosofia perciò che “il mondo è il mio mondo”. L’Io filosofico è non l’uomo, non il corpo umano o l’anima umana della quale tratta la psicologia, ma il soggetto metafisico, che è non una parte, ma il limite del mondo.
6.1 Le proposizioni della logica sono tautologiche… non dicono dunque nulla”.
6.45 Il sentimento del mondo come totalità delimitata è il sentimento mistico.
6.522 Ma v’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico.
7. Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

*

“Come tutto ciò che è metafisico, l’armonia tra pensiero e realtà si può rintracciare nella grammatica del linguaggio.”  (Wittgenstein, Zettel)

 

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Alain Badiou / LOGIQUES DES MONDES

Posted by alfredoriponi su settembre 4, 2011

L’homme est cet animal dont le propre est de participer à de très nombreux mondes, d’apparaître en d’innombrables lieux. Cette sorte d’ubiquité objectale, qui le fait transiter presque constamment d’un monde à l’autre, sur le fond de l’infinité de ces mondes et de leur organisation transcendantale, est par elle-même, sans qu’il soit besoin d’aucun miracle, une grâce : la grâce purement logique de l’innombrable apparaître.

L’infini des mondes est ce qui sauve de toute dis-grâce finie. La finitude, le constant ressassement de notre être mortel, pour tout dire, la peur de la mort comme unique passion.

Nous sommes ouverts à l’infinité des mondes. Vivre est possible. Par conséquent, (re)commencer à vivre est ce qui seul importe.

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GEULINCX / Antonio Negri

Posted by alfredoriponi su marzo 25, 2011

Nelle concezioni del tempo come res extensa, tutto sta nel potere di un ente trascendente che toglie al tempo ogni consistenza ontologica, e con lui la toglie a passato e futuro. Val la pena di ricordare il « Dio omicida » che il mistico Geulincx teorizzava contro lo spinozismo: Dio come despota assoluto nelle cui braccia riposava l’illusione di un mondo ben ordinato, dove tutto, anche l’orrore, era pacificamente necessario, ed il passato ed il futuro si presentavano imperscrutabili nell’atto costitutivo dell’assoluto.

Antonio Negri, Kairòs, Alma Venus, Multitudo, p. 37, manifestolibri 2006

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Berkeley / esse est percipi

Posted by alfredoriponi su gennaio 7, 2011

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“È inoltre evidente che nessuna idea che non è essa stessa percepita può essere il mezzo di percepire qualsiasi altra idea. Se non percepisco il rossore o il pallore del volto di un uomo di per se stessi, è impossibile che io percepisca per mezzo di questi le passioni che sono nella sua mente1”. La percezione si riferisce, dunque, in primo grado alla sensazione; quello che io “leggo” immediatamente è il pallore, o il rossore, la loro idea, non le passioni sottostanti, ovvero le idee che agitano queste passioni. Come afferma Berkeley la distanza è percepita prima di tutto come un movimento degli occhi, così come il pensiero di un uomo può essere afferrato solo attraverso parole che abbiano una coerenza intrinseca. Le idee si compongono per associazioni (non logiche, non matematiche) percepite.

1  Berkeley, Saggio su una nuova teoria della visione

http://www.loescher.it/filosofia_web/berkeley_esse.html

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Guy Debord / La società dello spettacolo

Posted by alfredoriponi su settembre 29, 2007

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À mesure que la nécessité se trouve socialement rêvée, le rêve devient nécessaire. Le spectacle est le mauvais rêve de la société moderne, qui n’exprime finalement que son désir de dormir. Le spectacle est le gardien de ce sommeil.

 

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GUY DEBORD / LA SOCIÉTÉ DU SPECTACLE

Posted by alfredoriponi su giugno 25, 2007

215

« Le besoin de l’argent est donc le vrai besoin produit par l’économie politique, et le seul besoin quelle produit » (Manuscrits économico-philosophiques). Le spectacle étend à toute la vie sociale le principe que Hegel, dans la Real philosophie d’Iéna, conçoit comme celui de l’argent ; c‘est « la vie de ce qui est mort, se mouvant en soi-même ».

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GUY DEBORD / LA SOCIÉTÉ DU SPECTACLE

Posted by alfredoriponi su febbraio 19, 2007

1.

Toute la vie des société dans lesquelles règnent les conditions modernes de production s’annonce comme une immense accumulation de spectacles. tout ce qui était directement vécu s’est éloigné dans une représentation.

2.

[…] Le spectacle en général, comme inversion concrète de la vie, est le mouvement autonome du non-vivant.

6.

[…] Il est le coeur de l’irréalisme de la société réelle. Sous toutes ses formes particulières, information ou propagande, publicité ou consommation directe de divertissements, le spectacle constitue le modèle présent de la vie socialement dominante.

9.

Dans le monde réellement renversé, le vrai est un moment du faux.

53.

La conscience du désir et le désir de la conscience sont identiquement ce projet qui, sous sa forme négative, veut l’abolition des classes, c’est-à-dire la possession directe des travailleurs sur tous les moments de leur activité. Son contraire est la société du spectacle, où la marchandise se contemple elle-même dans un monde qu’elle a créé.

55.

C’est la lutte de pouvoirs qui se son constitués pour la gestion du même système socio-économique, qui se déploie comme la contradiction officielle, appartenant en fait à l’unité réelle ; ceci à l’échelle mondiale aussi bien qu’à l’intérieur de chaque nation.

114.

[…] Cependant, quand le prolétariat découvre que sa propre force extériorisée concourt au renforcement permanent de la société capitaliste, non plus seulement sous la forme de son travail, mais aussi sous la forme des syndicats, des partis ou de la puissance étatique qu’il avait constitués pour s’émanciper, il découvre aussi par l’expérience historique concrète qu’il est la classe totalement ennemie de toute extériorisation figée et de toute spécialisation du pouvoir. Il porte la révolution qui ne peut rien laisser à l’extérieur d’elle-même, l’exigence de la domination permanente du présent sur le passé, et la critique totale de la séparation ; et c’est cela dont il doit trouver la forme adéquate dans l’action.

 

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