fragm

cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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Archive for the ‘jouffroy’ Category

ALAIN JOUFFROY

Posted by alfredoriponi su marzo 5, 2011

ALAIN JOUFFROY- EROS SRADICATO

su Imperfetta Ellisse

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Alain Jouffroy

Posted by alfredoriponi su settembre 19, 2009

Un poema di Alain Jouffroy da : Éternelle extravagance, in C’est aujourd’hui toujoursPoésie / Gallimard, 1999

 
***
 

Pour qui j’écris

Non scrivo per voi
che vi prendete per giudici
appena vi si pone delle domande inattese.
Voi i rassegnati del pessimismo dell’ultima ora
voi che non amate niente
come l’isolazionismo
voi che confondete la scrittura, la pittura e l’assolo,
quando la rete mondiale occupa già tutta la superficie del vostro piccolo cervello.
Né per voi, ultimi nostalgici del gregge,
col vostro risentimento incessante,
voi i nemici di tutto ciò che è straniero,
voi che non detestate niente
come facies, magrebini e i nostri padri d’Africa
che non avete vergogna d’ignorare Cravan,
Vossnessenski, Ginsberg et Degenhardt,
perché hanno spezzato il loro cerchio,
no, non è per voi che scrivo.
Non scrivo per voi
adepti di tutte le pubblicità
con la vostra incultura da compact disc
Voi che trattate le donne da sciocche
e piagnucolate come bambini quando vi mollano. Voi e il vostro disprezzo di tutte le   rivoluzioni che non avete fatto,
come se la perdita di ogni libertà fosse il vostro solo viatico.
E nemmeno per voi
che rispondete con gli insulti a coloro che disturbano i vostri commerci.
Voi gli avidi mercanti dal Tempio,
che non amate niente come il portafoglio e i telegiornali,
i cliché di tutti i supermercati,
il vostro disgusto di voi stessi e i vostri espedienti per sopravvivere senza utopia,
la vostra società senza società e i vostri tappeti antiscivolo.
No, non è per voi che scrivo.

Scrivo per voi
che aprite la strada dalla Grecia alla Cina
e fate guerra alla stupidità nazionale fin nel vostro rifugio. Diventerete
gli architetti del looping
sotto i fili d’acciaio di tutte le istituzioni.
Per voi che ingranate la marcia del pensiero nella vostra auto in piena notte.
Per voi che defenestrate i vostri fantasmi,
che suicidate ogni disperazione attraverso il lucernario della memoria
e sognate ogni giorno di incontri, di viaggi trasversali e di altri modi di farsi vedere.

Sì. Per voi che lanciate aghi di bussola tra le vostre finestre e la porta d’ingresso degli altri,
tra l’Egitto dei Fatimidi, Granada, tutti gli esili e le isole,
Per voi che disertate il Tempio dove il giovane Gesù non riapparirà,
finché l’Occidente si drappeggerà nel suo razzismo di vecchio stampo,
finché Isabella e Ferdinando saranno i cromosomi dell’egoismo.
Per voi che tracciate linee intermedie, a metà strada tra
movimento del punto
 e effetto di piano;
Per voi il cui solo documento d’identità è la carta del cielo.

È per voi che deploro tutto ciò che non riesco a scrivere.

maggio 1998
 
***

Alain Jouffroy è nato l’11 settembre 1928 a Parigi. Membro del gruppo surrealista dal 1947 al 1948. Decisivo l’incontro con Breton, che pubblica le sue prime poesie in varie riviste. La sua prima raccolta poetica « A toi », è pubblicata nel 1958. Da allora ha pubblicato un centinaio di libri tra poesia saggio e romanzo. L’attività letteraria è anche, per Jouffroy, una battaglia per i diritti rivoluzionari dell’individuo. Nel 1968 pubblica il saggio “L’abolizione dell’arte”; nel 1975 il libro di saggi “De l’individualisme révolutionnaire”. Tra i libri di più recente pubblicazione: le antologie poetiche C’est aujourd’hui toujours (1947-1998)” e “C’est, partout, ici (1955-2001)” “Manifeste de la poésie vécue”, 1995; “Conspiration”, 2000; “Vies suivi de Les Mots et moi”, 2003 e Trans-Paradis-Express, 2006, riscrittura dell’Inferno di Dante oggi.

Posted in jouffroy, poesia, traduzioni | 10 Comments »

Alain Jouffroy / HYPNOLOGUE

Posted by alfredoriponi su aprile 23, 2009


Un poema di Alain Jouffroy da “Moments extrêmes” (Éditions de La Différence, 1992) e “C’est aujourd’hui toujours (1947-1998)” (Gallimard, 1999)

Gli inizi di un mondo che non finiscono mai, sprovvisti di pensiero, di verbo. All’inizio non era il verbo…
Tutto riporta all’incoscienza dell’infanzia (del creato).
È un nuovo principio che s’enuncia: l’affermarsi di un pensiero individuale, indipendente, rivoluzionario. Non (ci) accade più nulla, vediamo ogni cosa sotto un nuovo aspetto.
“Vi farà ridere e troverete derisorio, diceva Aragon…, che persone che non dispongono di alcun potere, che non sono nulla, senza denaro, senza ipocrisia, parlino improvvisamente di rivoluzione…. È tuttavia questo fatto senza precedenti nella storia umana che unisce quelli che credono in questo solo legame, la poesia, e un certo gusto dell’insensato.” (Jouffroy, Dell’individualismo rivoluzionario)
“Missione di una poesia sovversiva” rivendicata da Jouffroy.
“Non c’è miracolo-scientifico della scrittura e della pittura. La storia emette dei segni attraverso la svolta di individui che scrivono, che dipingono.”. Alcuni di questi segni, continua Jouffroy, sono stati cancellati con i tentativi di censura di scrittori e artisti. Lasciar parlare di nuovo questi segni censurati, vederli, è rifare e dunque fare la storia.

Annientando il proprio potere, 
Si allarga la vista.
Ma il vedere è un altro potere
Di cui nessuno si è impadronito.

“Perché il mondo non comincia all’esterno del nostro occhio. Comincia con il fruscio del sangue dei nostri due emisferi cerebrali, con l’energia che innesta ad ogni secondo il corpo su se stesso, nel temporale ultra-segreto del pensiero a contatto con il tutto.” (Jouffroy, Le gué).

 

***

Ipnologo

In principio,
Non c’era alcun ordine.
Tutto era banale e piatto nel caos,
Salvo gli aghi della sofferenza.

In principio,
Il mondo era sovraccarico di rovi.
Mai l’orizzonte si apriva,
La metempsicosi andava dallo stesso allo stesso.

In principio,
Tutto era ridicolo,
Odiosamente arduo, imperfetto,
Odiosamente fiero della propria imperfezione,
Il comunismo delle cose s’imponeva alla rinfusa.

In principio, era l’infanzia, i suoi odi,
Il suo ostinato ottenebrarsi.
Niente testimoniava da nessuna parte
L’oltrepassare dello zero.

In principio,
L’impurità regnava sovrana.
Nessuno osava contraddire l’infelicità
Che stringeva il cuore in una morsa.

Il  comandava dovunque al .
Dovunque le sue orde, le sue milizie,
Le sue superstizioni malevole.
L’ingiustizia essendo la sola legge,
Tutto sembrava naturale,
Nell’ordine delle cose
Il peggio e il poco che ci sfuggono,
L’orrore e l’errore inosservati.

Mai la vita è stata così pesante
In questi secoli dove nessuno ha volato –
Salvo in sogno.
Questi inizi sono durati così a lungo
Che li si credeva eterni,
Embricati definitivamente nel tempo.
Nessuno li ha dominati:
Tutto era asservito alla loro ripetizione.
Le comete erano inchiodate,
La terra non girava
Sotto l’occhio divino di un sole monarchico,
Cinico.

Poi il mondo si svuotò,
Divenne buco.
Ogni uomo era un buco in un buco.
Una notte,
Qualcosa si è incrinato nel freddo
E la mattina, il cielo ha fischiato.
Nessuno sa più quando,
Qualcuno l’ha notato. Segnato.
Come se l’orecchio del cielo si stappasse,
Un mondo vuoto si è rotto come una noce.
Quale era questa terra
Che cominciava a vacillare nelle teste?
Quali, questo cielo, questo sole,
Questa notte stellata, che si muovevano,
Tirandosi dietro tutti i treni del tempo interrotto?

Questo è durato più di cento anni –
Trecento diciassette forse –
In cui le mucche continuavano a ruminare.

Ma lo scivolare di una porta scorrevole
Cambiava posto a questo tappeto volante, così lento.
Nessuno soffocava più lo spazio:
Non si incarcerava più il sole,
La terra divorziava dalla terra
E gli uomini, senza averne l’aria,
Si rivoltavano contro il punto supremo:
L’uomo.

Furono strani secoli
Dove ciascuno diventò straniero a se stesso.
Le donne fuggivano dalle donne impazzite.
Mille Mozart morivano dal ridere nel salone degli dei.

Il rovescio del mondo mostrò il suo culo.
Tutto divenne possibile, anche la virtù.
L’impossibile si avvicinò.
Fu possibile a ciascuno sbagliarsi,
Esplorare i propri errori.
Le menzogne reinventavano una libertà
Che aveva agito soltanto nell’immaginazione.
La libertà arrivò a rovesciare
Le strane stanze della verità.

Di colpo le parole divennero effimere –
Come i poteri.
La lingua sciolta sciolse la follia,
Ognuno divenne la propria espropriazione.
Prudente era ancora la sconfitta,
Ma micidiale per gli immoti.
“In fretta, più in fretta”, diceva il boia.
La follia smise d’essere un caso:
Non si guardò più ai re con lo stesso occhio,
Il giorno in cui un piccolo geometra divenne imperatore.

L’occhio stesso girò intorno al sole
Prima di lasciarlo per altre costellazioni.
Le notti si fecero più voluttuose,
Anche in prigione.
La rivoluzione cadde dal cielo,
Le sue tavole della legge s’infransero sul mondo
Nel crepuscolo che subentrò,
Là dove il sangue cementava gli eroi,
Nessuno osò criticare i propri crimini.
Criminali intentarono il processo alla ragione
Di debolezza in audacia, di crimine in virtù,
Ognuno dimenticò di correggere la propria aberrazione.

La rivoluzione non fu la rivelazione.
Nel crepuscolo che subentrò –
Chi ha saputo vedere, dopo la sua estinzione,
Chi ha saputo vedere
Che ci guardava nella sua cecità?
Che ci ascoltava nella sua sordità
Fin nell’intimità delle nostre vigliaccherie?

Per sempre i leoni erano liberati.
Nel crepuscolo che subentrò,
La loro criniera, fatta di frasi,
Ha disarcionato per sempre la fine del mondo.
Il verbo rivoluzionario risuscitò,
Un ordine discontinuo ne è nato: nudo.

Viviamo oggi nell’ombra
Delle parole che l’hanno fatto tacere.
Appostati, in agguato, in guardia –
Come ci si prepara dormendo alla guerra
Che nessuno ha ancora fomentato:
La guerra degli uomini contro la dittatura,
Lo scandalo del sacro.

Quest’oggi durerà anche vent’ anni
Prima che trionfi
Del peso multisecolare della realtà.
Ma cosa faccio, quando lo dico?
Cosa accade nel silenzio dei miei ogginotte?
Cerco il suo nome,
Scrivo nell’attesa di questo nome
E irrido – nome:
Seriamente mi prendo gioco della malinconia
Di quelli che non credono ne ai nomi, ne alle parole, pronunciate.
Ogni notte intravedo la mia nuova alba.
La fortuna di questa guerra,
La sento come un riso idiota –
Il riso che dispensa dallo sforzo di divenire.

L’ateo non si consacra un culto,
Altrimenti diventa dio.
L’ateo non indietreggia davanti al vuoto,
Se no perde i suoi occhi.
L’ateo disubbidisce alla pelle delle sue paure.
Tale, il paesaggio che il muro forato scopre.
Annientando il proprio potere,
Si allarga la vista.
Ma il vedere è un altro potere
Di cui nessuno si è impadronito.

Vado in quella direzione, come si va al mare –
Correndo.
Mi butto – come nell’amore.
Non amo in me che questo riso
Che dice no
A tutte le passività.

Non si vede più niente accadere.
Io vedo
Tu vedi
Egli vede
Vediamo scomparire ogni cosa.

Per la prima volta, noi pensiamo.

Gennaio-febbraio 1990, Parigi

 

Tr. Alfredo Riponi, con la collaborazione di Rita R. Florit e G. Cerrai

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