fragm

cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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Archive for the ‘letteratura – articoli’ Category

DURAS

Posted by alfredoriponi su febbraio 15, 2009

J’avais cessé d’exister. Tout le monde a connu cela, a vu une plage vide alors qu’il s’attendait à y trouver quelqu’un. Chacun a vu cela, la plage vide et la mer vide et c’est tout, le soleil par là-dessus, et, au loin, des montagnes, des villages grouillants et clairs sous le soleil, des vergers à perte de vue, croulant de fruits. Qui n’a pas connu cela ? La mer vide, la plage vide, le soleil et tout le reste. Vidé. Là où on s’attendait à trouver quelqu’un, rien, seule la trace du corps sur le sable, et la mer à côté. La mer à côté. Insondable. À perte de vue, la mer. On fait la relation entre la mer et la trace du corps sur le sable, et c’est l’horreur. La chose insurmontable. Continuer à vivre avec l’idée de ce corps précieux perdu dans la mer aux mesures inhumaines, mathématiques, diaboliques, ballotté dans le hasard de l’eau, dans les fonds de la nuit. Le corps que vous avez touché, aimé, que vous avez senti sous vos doigts. Deuxième mort que celle-là.

[Marguerite Duras, Cahiers de la guerre]

 

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Margherite Duras – Dialogo di Roma

Posted by alfredoriponi su Maggio 21, 2008

 



C’est l’Italie.

C’est Rome.

……………………

 

–  On dirait qu’il a plu.

–  On le croit tous les soirs. mais il ne pleut pas. Il ne pleuvait pas à Rome ces jours-ci C’est l’eau des fontaines que le vent rabat sur le sol. Toute la place ruisselle.

……………………

–  Il fait presque froid.

–  Rome est très près de la mer. Ce froid est celui de la mer. Vous le saviez.

–  Je crois, oui.

……………………

Temps long. Il dit.

–  D’après vous les hommes de la lande avaient eu vent de la tentative romaine de règner sur le monde de la pensée et des corps?

–  Je suppose que oui, qu’ils connaissaient cette tentative.

–  On savait tout dans ces landes, ces premières terres surgies de la mer.

–  Oui, c’est ça, c’est tout. dans ces landes souterraines on savait par les fuyards de l’Empire, les déserteurs, les errants de dieu, les voleurs. On connaissait tout de la tentative de Rome et on assistait à la dilapidation de son âme. Et tandis que Rome déclamait son pouvoir, vous voyez, qu’elle perdait le sang de sa pensée même, les hommes des trous, eux, restaient plongés dans l’obscurité de l’esprit.

–  Penser, est-ce qu’ils savaient qu’ils le faisaient ?

–  Non. Ils ne connaissaient pas comment écrire, ni comment lire. Cela pendant très longtemps, des siècles. Ils ignoraient le sens de ces mots-là. Mais je ne vous ai pas dit l’essentiel : la seule occupation de ces hommes avait trait à Dieu. Les mains vides, ils regardaient le dehors. Les étés. Les hivers. Le ciel. La mer. Et le vent.

–  C’était ainsi qu’ils faisaient avec Dieu. Ils parlaient avec Dieu comme jouent les enfants.

 

 

 

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GUYOTAT / COMA

Posted by alfredoriponi su aprile 18, 2008

Sull’altopiano di Carsulae, a nord di Terni, di buon mattino, uscendo da una notte, nell’auto, nei dintorni di Acquasparta e da un lungo sogno, (una galleria dove sono rincorso nudo dai cani – qualche cosa almeno di tangibile, nella mia vita), eccoci tra le rovine, con la neve ancora negli interstizi, della città con le pietre che brillano, un tempo campo avanzato di Vespasiano, il primo assediante distruttore romano di Gerusalemme, contro Vitellio, per il quale il cadavere di un nemico ha sempre un buon odore. Indebolita dalla deviazione della Via Flaminia verso l’est, nella città si trovano ancora i resti, testa e ginocchia, di una statua gigante dell’imperatore Claudio, nato a Vienne sur le Rhône, ai piedi della montagna dove sono nato, dove si dice che Ponzio Pilato, nominato qui proconsole, si sarebbe, per il rimorso, gettato nel Rodano.
Passando sotto l’arco di San-Damiano, vedo il piccolo quadro del Louvre con la decapitazione dei Santi Cosma e Damiano e di alcuni altri, col loro tronco che schizza sangue e le teste coronate d’oro a terra. Allora, non voglio più saperne dell’Arte, ma la decapitazione sì! e col coltello di Agnese posso solamente sgozzarmi…

All’uscita della notte successiva, nell’auto, nella neve, negli Abruzzi, ogni fontana gelata, ancora nell’oscurità, entriamo in una panetteria per acquistare del pane che esce dal forno. La famiglia c’invita a lavarci, a bere il caffè latte, e, fino a metà pomeriggio quando il padre riprende il suo lavoro, parliamo nel piccolo retro bottega, metà-italiano, metà-francese, di quello di cui allora per loro soffre l’Italia, le Brigate Rosse, la corruzione, la mancanza di Stato. Parlano quasi piangendo.

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HELLER-ROAZEN / ECOLALIE

Posted by alfredoriponi su aprile 13, 2008

 

“Il semiotico è la musica della poesia. Retrospettivamente, è ciò che il bambino articola con il suo balbettio prima di imparare le parole…” (J. Kristeva)


                        

Ecolalie, una sinfonia di testi su una sola lingua, una sinfonia di lingue per un solo testo.
La perdita dei suoni: ecolalia infantile plurilingue, lingua di Dio (aleph), fonemi silenziosi – La morte delle lingue, la loro reviviscenza sotto altre forme, la lingua perduta o proto-lingua – Lingua (della) madre, sfide grammaticali, Canetti, Wolfson, Abu Nuwas, Landolfi – Babele, abitare la lingua. Il libro di Heller-Roazen è formato da capitoli che s’intersecano, dove la linguistica, la psicanalisi, la letteratura, s’incontrano a partire dal dubbio sollevato dall’origine del linguaggio, sintomo creativo che diviene a sua volta segno di una mancanza originaria, di una perdita che perdura. Nell’infanzia avviene il vero processo d’apprendimento d’una lingua che si struttura sopra frammenti ecolalici. Infiniti nella loro varietà, questi frammenti contengono potenzialmente tutte le lingue. Per apprendere la lingua madre il bambino dovrà sacrificare questa molteplicità all’uno. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”. L’ecolalia che ancora portiamo in noi.
A quella prima perdita necessaria di cui non ci dimentichiamo, faranno seguito altre perdite: la perdita degli dèi (cap III Aleph), la perdita di fonemi inutilizzati (cap. IV Fonemi in via di estinzione). Più o meno necessarie, più o meno traumatiche, struttureranno il nostro inconscio e riappariranno nelle espressioni visibili della religiosità e creatività umana, nella poesia.
La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. La scrittura diventa il segno di una metamorfosi dolorosa per la ninfa “Io” di Ovidio (cap. XIII La mucca che sapeva scrivere), come per scrittori e poeti in esilio (Arendt, Brodskij). Dalla voce può anche sorgere un divieto di metamorfosi (Canetti – cap. XVI), parola d’ordine o sentenza di morte simbolica che significa “tu sei già morto”. Quella che ascoltiamo” scrivono Deleuze-Guattari in Millepiani, a proposito di Canetti (enantiomorfosi) “è una parola d’ordine che è sentenza di morte, simbolica, iniziatica, temporanea”. La “lingua-senza-corpo che scrive” nel racconto Valdemar di Poe (cap XV Aglossostomografia).
La lingua materna può diventare anche prigione, la madre di Canetti (nel primo tomo della sua autobiografia, La lingua salvata) lo imprigiona nella “sua” lingua materna, che non è più la lingua di famiglia, ma la “lingua della madre”, il vincolo affettivo. L’incontro con la scrittura si rivelò decisivo per Canetti, ma capì che per la madre “il tedesco era la lingua dell’intimità e dell’affetto”, “il bambino era solo il sostituto del padre morto e dei loro colloqui d’amore spezzati”. L’acquisizione della nuova lingua non fu una lingua straniera, ma “una lingua madre innestata con ritardo e con vero dolore… una seconda nascita”
Le altre lingue che si mescolavano nella sua infanzia nomade hanno relegato il bulgaro nell’oblio del paese in cui era nato. Nel mettere su carta i suoi ricordi d’infanzia, scrive Canetti, “la traduzione si è compiuta spontaneamente nel mio inconscio”, quindi non c’è alcuna deformazione. La lingua dell’infanzia dimenticata trova una nuova musica attraverso una nuova lingua, ma quei suoni infantili della lingua dimenticata sono ancora dentro di lui, agiscono inconsciamente, sollevano veli, echi, designano una perdita. “È perdendo la madre che si scopre che la propria lingua madre è sempre già perduta”. Come la lingua della poesia, che è sempre un’altra lingua tradotta dalla lingua madre, scrive Marina Cvetaeva.

 

Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue, Quodlibet 2008

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CLAUDE SIMON / Le jardin des plantes

Posted by alfredoriponi su marzo 16, 2008

Avec ses ruines colossales, sa profusion de palais, de coupoles et d’églises entre lesquels circulaient (ou se trouvait coincé) le flot des voitures, ça faisait penser aux ossements de quelque monstre prédateur d’une espèce disparue depuis longtemps et dont une armée d’insectes à carapace s’acharnait à ronger ce qui pouvait encore rester de chair accrochée a ces falaises de pierre, ces arcades, ces thermes, ces dômes boursouflés et creux. Comme l’accumulation (les cyclopéens et ambitieux entassements d’architraves, de frontons, de corniches, de volutes, de trophées, de baldaquins, de pietàs et d’angelots dorés) laissée derrière elles par de successives dynasties de personnages aux mêmes visages pensifs, glabres et impitoyables sculptés dans le marbre, couronnés de lauriers, de tiares ou de chapeaux de cardinaux.

et soudain, au-dehors, sans un éclair ni quelque grondement annonciateur, d’un coup, la pluie tropicale se mit à tomber : non pas ce grignotement ou même ces crépitements dont un orage fouette parfois les vitres, mais diluvienne, primitive, verticale, aveugle, avec un bruit majestueux de cataclysme et de désastre, semblable à quelque chose comme un réseau liquide qui, en quelques secondes, allait transformer les chaussées défoncées en lacs, en rivières…

L’air immobile a cette tiédeur pour ainsi dire intestinale, charnelle, caractéristique de l’Inde, chargée de ces imprécises senteurs à la fois végétales et animales qui, le matin, avant l’étouffante fournaise de l’après-midi, semblent suspendues comme de légères exhalations d’herbes, d’essences et d’espèces inconnues.

Dans les ténèbres viscérales de quelques ventre, de quelque matrice originelle aux lourdes senteurs de fleurs inconnues, aux noms inconnus, qui en pourrissant exhalaient un entêtant et subtil parfum de décomposition et de mort s’était dressée pour les accueillir la matérialisation même, insolite, vaguement menaçante, de ce continent lui-même fabuleux…

(Claude Simon, Le jardin des plantes)

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KAFKA

Posted by alfredoriponi su marzo 9, 2008

VESTITI

Spesso quando vedo vestiti con molte pieghe, gale e ornamenti, che si posano bellamente su bei corpi, penso che non si manterranno a lungo in quello stato ma prenderanno pieghe, che non si possono più rimediare stirando, e polvere, che ingrossando nell’ornamento stesso, non si potrà più allontanare e che nessuno vorrà far una così triste e ridicola figura, mettendo ogni giorno al mattino lo stesso vestito prezioso, per levarselo la sera.
Eppure vedo delle ragazze, che sono belle e mostrano diversi muscoli provocanti e piccole ossa e la pelle tesa e masse di capelli sottili, e che giorno per giorno pur compaiono in questa mascheratura naturale, posano sempre la stessa faccia nelle stesse palme delle mani e la lasciano riapparir nello specchio.
Solo qualche volta a sera, quando tornano tardi da una festa, il viso appare loro consunto, gonfio, impolverato, visto da tutti ormai, e che non si può più portare.

 

 

GLI ALBERI

Perché siamo come tronchi nella neve. Apparentemente vi sono appoggiati, lisci, sopra, e con una piccola scossa si dovrebbe poterli spingere da una parte. No, non si può, perché sono legati solidamente al terreno. Ma guarda, anche questa è solo un’apparenza.

 

 

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SEBALD / Austerlitz

Posted by alfredoriponi su dicembre 1, 2007

In “Austerlitz” di Sebald troviamo una descrizione della Biblioteca Nazionale di Parigi; visualizzata in un cortometraggio in bianco e nero:

“… e come i ricercatori costituissero, nella loro totalità legata all’apparato della biblioteca, un organismo altamente complesso e in continuo sviluppo, sempre bisognoso, per nutrirsi, di miriadi di parole, al fine di produrre, dal canto suo, nuove miriadi di parole. Questo film, cui ho assistito una sola volta, ma che nella mia mente aveva assunto tratti sempre più fantastici e immani, credo avesse per titolo Toute la mémoire du monde e fosse opera di Alain Resnais.”

Dopo aver descritto la Biblioteca nazionale in Via Richelieu, dove si recava per lunghe ore, ad un certo punto il protagonista “Austerlitz” ci descrive la nuova Biblioteca Nazionale al Quai François Mauriac e intraprende una lunga conversazione con un impiegato:

“… sul progressivo atrofizzarsi della nostra capacità mnemonica, che va di pari passo con il proliferare dell’informazione, e sul naufragio già in corso, l’effondrement, … della Bibliothèque Nationale. Il nuovo edificio della biblioteca, che, per il suo intero impianto nonché per il regolamento interno ai limiti dell’assurdo, tende a escludere il lettore quale potenziale nemico, è quasi… la manifestazione ufficiale del bisogno, che si annuncia sempre più impellente, di farla finita con tutto quanto abbia ancora un nesso vitale con il passato”.

Leggendo questo passo non si può fare a meno di pensare a uno spazio di proliferazione e di infinita ripetizione dell’informazione, dove lo spirito di concentrazione di un lettore è messo davvero a dura prova. Il lettore, ovvero colui che va in cerca del ricordo di se stesso, del momento in cui si è perso nel reale, senza alcuna certezza del futuro. “Maxime du Camp, reduce dalla traversata dei deserti dell’Oriente, formatisi (come lui stesso scriveva) dalla polvere dei morti…” vede di nuovo Parigi, sorretto dalla visione di un passato che non sprofonda più nei sotterranei parigini. “Dans l’Orient désert. Trasforma tutti i materiali della visione in una sensazione unica, d’ordine viscerale” (Barthes). Nella struttura della Biblioteca parigina Austerlitz, al contrario, non riesce a mettersi sulle tracce del padre disperso a Parigi. Dopo aver alzato più volte gli occhi dai libri per fissare la sua attenzione sulla labirintica struttura della biblioteca:

“Più volte è anche accaduto, disse Austerlitz, che alcuni uccelli, smarritisi nella foresta della biblioteca, volassero verso gli alberi riflessi nei vetri della sala di lettura e, dopo un colpo sordo, precipitassero a terra senza vita”. Gli incidenti nella vita dei singoli, che un miraggio devia dal loro percorso, rimandano per analogia alla “disfunzione cronica e alla labilità costituzionale” dei nostri sistemi d’informazione: biblioteche o sistemi informatici.

Si ritrova nella finzione dei romanzi di Balzac, comprendendo attraverso l’avventura del colonnello Chabert quale labile confine separi la vita dalla morte. Ritorno dai morti, la cui impossibilità è oggi dovuta alla stratificazione delle città, all’accumulo di materiali eterocliti, senza riguardo alla storia personale.

La ricerca per Austerlitz e per la letteratura, non avrà fine, un indizio di vita farà di nuovo vibrare i fili della memoria. Forse sarà soltanto un passeggiare in pantofole tra le tombe… anche se malinconicamente sappiamo che dall’abisso “mai potranno risalire in superficie”.

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Gracq / « Autour des septs collines »

Posted by alfredoriponi su novembre 11, 2007

 

L’Aventin

J’aurais aimé avoir le temps de retourné sur l’Aventin, d’y flâner longuement, d’explorer ses rues une à une, en prenant pour point de départ la magique petite place de Piranèse, et le portail de son prieuré de Malte au trou de serrure emblématique en forme d’oeil. Quartier secret et vert, aéré, plein de silence, où il semble toujours en effet qu’un oeil vous suive sans qu’on le voie au long des rues feuillues, et qui paraît défendu plus que les autres contre le promeneur. C’est derrière les murs qui enclosent la rue Sainte-Sabine, et qui doivent cacher les jardins de couvents, autour de Saint-Alexis, que j’aurais cherché les mystères de Rome, qui par nature n’en a pas tant puisque (le Vatican bien sûr mis à part) tous ses viscères nobles mis à l’air, elle est la seule ville au monde qui ressemble à une autopsie.

[Julien Gracq, Autour des septs collines, Josè Corti]

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Gracq / Autour des septs collines

Posted by alfredoriponi su novembre 9, 2007

L’ église, omniprésente à Rome …

Reposoirs d’art, à dominante mystique, mais plus d’une fois aussi marqués d’une forte coloration sensuelle et même érotique, comme à Santa Maria della Vittoria, elles donnent le sentiment à Rome – depuis les mosaïques frigides et roides des anciennes basiliques jusqu’aux boudoirs du Bernin et de Borromini – de s’être, par un mouvement lent et irrésistible, ouverte peu  à peu, toute portes battantes, aux rêves quotidien qui montent de la rue comme aux caprices changeant du désir et de l’immagination.

 

[Julien Gracq, Autour des septs collines, José Corti]

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Sarah Kane / Crave

Posted by alfredoriponi su ottobre 17, 2007

e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andar via e piangere come un bambino quando poi te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente fin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancor peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’ / assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.

(Sarah Kane, Crave)

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BECKETT

Posted by alfredoriponi su settembre 5, 2007

Ma verrà una sera, un’altra, e la luce collasserà dal cielo e il colore della terra e la porta s’aprirà sul vento o la pioggia o il nevischio o la grandine o la neve o il fango o la tempesta o gli immobili tiepidi profumi estivi o la quiete del ghiaccio o il risveglio della terra o il silenzio del raccolto o il cadere delle foglie nell’oscurità ognuna dalla sua altezza, senza che mai due giungano al suolo nello stesso istante, volteggiando rosse e scure e gialle e grigie vivacemente per un solo attimo, sì, nell’oscurità, per un solo attimo, prima di andarsi a cacciare tutte insieme nei loro cumuli, un cumulo qui, un altro là, per essere rimestate da bambine e bambini felici al ritorno da scuola…

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BECKETT / L’INNOMMABLE

Posted by alfredoriponi su agosto 30, 2007

on essaie la mer, on essaie la ville, on se cherche dans la montagne et dans la plaine, que voulez vous, on se veut, on se veut dans son coin, ce n’est pas l’amour, ce n’est pas la curiosité, on est inquiet, c’est la fatigue, on veut s’arrêter, ne plus voyager, ne plus chercher, ne plus mentir, ne plus parler, fermer les yeux, mais les siens, se mettre la main dessus quoi, après ça ne traînera pas. Je remarque une chose, les autres ont complètement disparus. C’est louche. D’ailleurs je ne remarque rien, je continue comme je peux, si ça prend un sens je ni peux rien, je suis passé par ici, ceci est passé devant moi, des milliers de fois, c’est son tour, il s’en ira et ce sera autre chose, un autre instant de mon vieil instant, le voilà, ce vieux sens que je vais me donner, que je ne vais pas pouvoir me donner, il y a un dieu pour les damnés, comme au premier jour, c’est aujourd’hui le premier jour…

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Butor / LA MODIFICATION

Posted by alfredoriponi su agosto 6, 2007

Après le repas dans un petit restaurant donnant sur l’île du Tibre, vous êtes allés jusqu’au temple rond de Vesta, vous avez traversé l’arc de Janus, longé le Palatin, le parc de Caelius, serrés l’un contre l’autre, vous embrassant souvent, ne disant mot jusqu’aux ruines de la maison dorée de Néron… […]
L’après-midi vous avez visité le Forum et le Palatin ; le soir, au moment où l’on fermait les grilles, vous êtes montés au temple de Venus et Rome.
« Là-bas, dans le coin », lui expliquiez-vous, « de l’autre côté du Colisée, ce sont les ruines de la maison dorée de Néron, à droite en bas l’arc de triomphe de Constantin, plus loin, ce qu’on aperçoit à travers les arbres, le soubassement du temple de Claude, car les empereurs étaient considérés comment des dieux. » […]
Soudain, sur le banc, dans cette capiteuse soirée, elle vous a demandé :
« Pourquoi de Vénus et Rome ? Quel est le rapport entre ces deux choses ? »

(Michel Butor, La modification, Minuit 1957)

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JOE BOUSQUET / MYSTIQUE

Posted by alfredoriponi su giugno 23, 2007

Era una sera di novembre: ero solo e avevo freddo, il silenzio mi opprimeva. Nella mia camera rischiarata appena da una lampada vedevo ondeggiare le larghe foglie scure d’una palma che, il mattino stesso, era arrivata da Parigi; e,  poiché avevo appena ringraziato attraverso una lettera colei che mi aveva offerto quell’arbusto, mi sentivo triste di avergli espresso così maldestramente la mia riconoscenza. Il mio cuore non era più avanti a me nelle mie parole, ero raggelato. I miei sentimenti non erano che il rimpianto d’un tempo più ardente. Posai la penna. Gli ultimi riflessi del crepuscolo d’inverno si sollevavano come fiori nel movimento dell’aria fredda, pallida come la carne. La mia anima era deserta, estenuata da un’aspirazione senza meta. Amava sopra il mondo dove qualcosa le veniva incontro, penetrandola della propria impotenza a riscaldare il corpo estinto della vita; e rendendogli la propria disperazione sempre presente; come se il ricordo di una passione poteva essere il presentimento di un’estasi.
Allora, nelle scale che conducevano al piano superiore, risuonò un passo, stringendomi il cuore. Tesi l’orecchio: mi sembrò che un leggero fremito avesse agitato i rami della palma: “Quando un avvenimento, mi dissi, occupa il nostro spirito, bisogna pensare a lui unicamente perché tutto quello che tocca i nostri sensi sia la visione del suo mistero.” La palma distendeva le sue foglie nella camera dove il freddo entrava con il primo brivido notturno. Tremavo. Mi sembrava che in tutto il mio essere fosse la morte del mio cuore. E, gettando uno sguardo sul mondo ghiacciato che mi circondava speravo di trovarlo ancora più tetro, più desertico come se la realtà del mondo avesse dovuto precipitare nella tomba per non essere che una cosa sola con il mio amore. Allora il freddo divenne più dolce, carezzevole come il pallore della carnagione di una donna in occhi di lacrime; e mi ricordai improvvisamente che una giovane donna era morta la notte precedente nell’appartamento che solo pochi scalini separavano dal mio. Passi pesanti, affannati, esitavano ora sulle scale. Per un istante, l’aria che respiravo ebbe l’odore di una rosa leggermente appassita. Appoggiai la mano su un oggetto di metallo. Tutto era freddo, ma come la pietra delle altitudini dove lo sguardo si rassicura. La morta era forse con me? Tutto quel che vedevo la circondava della mia vita, l’introduceva nella grande luce di un tempo che si apriva. Si sarebbe detto che i battiti del mio cuore, infine, avevano dissigillato la freddezza dell’essere e che l’avevo sentito dirmi: “Mi farò carne quando tutti gli oggetti dei tuoi sensi si saranno fatti spirito.”

Bousquet, Mystique, Éditions Gallimard 1973

tr. Alfredo Riponi

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BECKETT / TESTI PER NULLA

Posted by alfredoriponi su giugno 1, 2007

XIII.

Possibile, sarebbe finalmente questa la cosa possibile, che si spenga questo nero nulla dalle ombre impossibili, questa finalmente la cosa fattibile, che l’infattibile finisca e il silenzio taccia, lei se lo chiede, questa voce che è silenzio, o è me, come saperlo, il mio io di due lettere, sono sogni, silenzi che si equivalgono, lei e io, lei e lui, io e lui, e tutti i nostri, e tutti i loro, e tutti i loro, ma di chi, sogni di chi, silenzi di chi, vecchie domande, ultime domande, di noi che siamo sogno e silenzio, ma è finita, siamo finiti, noi che non fummo mai, non ci sarà più niente dove non ci fu mai niente, ultime immagini. E chi, a ogni muto milionesimo di sillaba, e inestinguibile infinito che si scava di rimorsi, morso dentro morso, ha vergogna di dover ascoltare, di dover dire, di qua dal menomo sussurro, tante menzogne, tante volte la stessa menzogna e bugiardamente smentita, di chi è questo silenzio urlante che è piaga di si e coltello di no, lei se lo chiede. Ma il desiderio di sapere, che ne è successo, lei se lo chiede, non c’è, la voglia non c’è, il cervello non c’è, nessuno sente nulla, chiede nulla, cerca nulla, dice nulla, ode nulla, è silenzio. Non è vero, si è vero, è vero e non è vero, è silenzio e non è silenzio, non c’è nessuno e c’è qualcuno, niente impedisce niente. E la voce, la vecchia voce languente, potrebbe finalmente tacere, e non sarebbe vero, come non è vero che parla, non può parlare, non può tacere. E se ci fosse anche un giorno qui, dove non ci sono giorni, in questo luogo che non è un luogo, l’infattibile essere, nato dall’impossibile voce, e un barlume di giorno, tutto sarebbe silenzioso e vuoto e buio, come adesso, come tra breve, quando tutto sarà finito, tutto detto, dice lei, bisbiglia.

(Samuel Beckett)

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