fragm

cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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Archive for the ‘letture’ Category

HELLER-ROAZEN / ECOLALIE

Posted by alfredoriponi su aprile 13, 2008

 

“Il semiotico è la musica della poesia. Retrospettivamente, è ciò che il bambino articola con il suo balbettio prima di imparare le parole…” (J. Kristeva)


                        

Ecolalie, una sinfonia di testi su una sola lingua, una sinfonia di lingue per un solo testo.
La perdita dei suoni: ecolalia infantile plurilingue, lingua di Dio (aleph), fonemi silenziosi – La morte delle lingue, la loro reviviscenza sotto altre forme, la lingua perduta o proto-lingua – Lingua (della) madre, sfide grammaticali, Canetti, Wolfson, Abu Nuwas, Landolfi – Babele, abitare la lingua. Il libro di Heller-Roazen è formato da capitoli che s’intersecano, dove la linguistica, la psicanalisi, la letteratura, s’incontrano a partire dal dubbio sollevato dall’origine del linguaggio, sintomo creativo che diviene a sua volta segno di una mancanza originaria, di una perdita che perdura. Nell’infanzia avviene il vero processo d’apprendimento d’una lingua che si struttura sopra frammenti ecolalici. Infiniti nella loro varietà, questi frammenti contengono potenzialmente tutte le lingue. Per apprendere la lingua madre il bambino dovrà sacrificare questa molteplicità all’uno. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”. L’ecolalia che ancora portiamo in noi.
A quella prima perdita necessaria di cui non ci dimentichiamo, faranno seguito altre perdite: la perdita degli dèi (cap III Aleph), la perdita di fonemi inutilizzati (cap. IV Fonemi in via di estinzione). Più o meno necessarie, più o meno traumatiche, struttureranno il nostro inconscio e riappariranno nelle espressioni visibili della religiosità e creatività umana, nella poesia.
La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. La scrittura diventa il segno di una metamorfosi dolorosa per la ninfa “Io” di Ovidio (cap. XIII La mucca che sapeva scrivere), come per scrittori e poeti in esilio (Arendt, Brodskij). Dalla voce può anche sorgere un divieto di metamorfosi (Canetti – cap. XVI), parola d’ordine o sentenza di morte simbolica che significa “tu sei già morto”. Quella che ascoltiamo” scrivono Deleuze-Guattari in Millepiani, a proposito di Canetti (enantiomorfosi) “è una parola d’ordine che è sentenza di morte, simbolica, iniziatica, temporanea”. La “lingua-senza-corpo che scrive” nel racconto Valdemar di Poe (cap XV Aglossostomografia).
La lingua materna può diventare anche prigione, la madre di Canetti (nel primo tomo della sua autobiografia, La lingua salvata) lo imprigiona nella “sua” lingua materna, che non è più la lingua di famiglia, ma la “lingua della madre”, il vincolo affettivo. L’incontro con la scrittura si rivelò decisivo per Canetti, ma capì che per la madre “il tedesco era la lingua dell’intimità e dell’affetto”, “il bambino era solo il sostituto del padre morto e dei loro colloqui d’amore spezzati”. L’acquisizione della nuova lingua non fu una lingua straniera, ma “una lingua madre innestata con ritardo e con vero dolore… una seconda nascita”
Le altre lingue che si mescolavano nella sua infanzia nomade hanno relegato il bulgaro nell’oblio del paese in cui era nato. Nel mettere su carta i suoi ricordi d’infanzia, scrive Canetti, “la traduzione si è compiuta spontaneamente nel mio inconscio”, quindi non c’è alcuna deformazione. La lingua dell’infanzia dimenticata trova una nuova musica attraverso una nuova lingua, ma quei suoni infantili della lingua dimenticata sono ancora dentro di lui, agiscono inconsciamente, sollevano veli, echi, designano una perdita. “È perdendo la madre che si scopre che la propria lingua madre è sempre già perduta”. Come la lingua della poesia, che è sempre un’altra lingua tradotta dalla lingua madre, scrive Marina Cvetaeva.

 

Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue, Quodlibet 2008

Posted in heller-roazen, letteratura - articoli, letture, testi | 20 Comments »

JOE BOUSQUET / MYSTIQUE

Posted by alfredoriponi su giugno 23, 2007

Era una sera di novembre: ero solo e avevo freddo, il silenzio mi opprimeva. Nella mia camera rischiarata appena da una lampada vedevo ondeggiare le larghe foglie scure d’una palma che, il mattino stesso, era arrivata da Parigi; e,  poiché avevo appena ringraziato attraverso una lettera colei che mi aveva offerto quell’arbusto, mi sentivo triste di avergli espresso così maldestramente la mia riconoscenza. Il mio cuore non era più avanti a me nelle mie parole, ero raggelato. I miei sentimenti non erano che il rimpianto d’un tempo più ardente. Posai la penna. Gli ultimi riflessi del crepuscolo d’inverno si sollevavano come fiori nel movimento dell’aria fredda, pallida come la carne. La mia anima era deserta, estenuata da un’aspirazione senza meta. Amava sopra il mondo dove qualcosa le veniva incontro, penetrandola della propria impotenza a riscaldare il corpo estinto della vita; e rendendogli la propria disperazione sempre presente; come se il ricordo di una passione poteva essere il presentimento di un’estasi.
Allora, nelle scale che conducevano al piano superiore, risuonò un passo, stringendomi il cuore. Tesi l’orecchio: mi sembrò che un leggero fremito avesse agitato i rami della palma: “Quando un avvenimento, mi dissi, occupa il nostro spirito, bisogna pensare a lui unicamente perché tutto quello che tocca i nostri sensi sia la visione del suo mistero.” La palma distendeva le sue foglie nella camera dove il freddo entrava con il primo brivido notturno. Tremavo. Mi sembrava che in tutto il mio essere fosse la morte del mio cuore. E, gettando uno sguardo sul mondo ghiacciato che mi circondava speravo di trovarlo ancora più tetro, più desertico come se la realtà del mondo avesse dovuto precipitare nella tomba per non essere che una cosa sola con il mio amore. Allora il freddo divenne più dolce, carezzevole come il pallore della carnagione di una donna in occhi di lacrime; e mi ricordai improvvisamente che una giovane donna era morta la notte precedente nell’appartamento che solo pochi scalini separavano dal mio. Passi pesanti, affannati, esitavano ora sulle scale. Per un istante, l’aria che respiravo ebbe l’odore di una rosa leggermente appassita. Appoggiai la mano su un oggetto di metallo. Tutto era freddo, ma come la pietra delle altitudini dove lo sguardo si rassicura. La morta era forse con me? Tutto quel che vedevo la circondava della mia vita, l’introduceva nella grande luce di un tempo che si apriva. Si sarebbe detto che i battiti del mio cuore, infine, avevano dissigillato la freddezza dell’essere e che l’avevo sentito dirmi: “Mi farò carne quando tutti gli oggetti dei tuoi sensi si saranno fatti spirito.”

Bousquet, Mystique, Éditions Gallimard 1973

tr. Alfredo Riponi

Posted in bousquet, letteratura - articoli, letture, mistici, traduzioni | 4 Comments »

DICKINSON / SANNELLI “SU UN IO COLONNA”

Posted by alfredoriponi su giugno 20, 2007

Soft as the massacre of Suns
By Evening’s Sabres slain
(E. D.)

“Soudain au loin le pas la voix rien puis soudain quelque chose quelque chose puis soudain rien soudain au loin le silence” 1. La paura di Massimo Sannelli: “rendere ciò che è come è”. “I testi di Emily Dickinson tendono ad essere semplificati ed ipersemplificati (e più sono impervi più sono massacrati, a partire dalla loro facies tipografica: maiuscole e punteggiatura)…” 2. Lavoro di traduzione che è uno « studio » sull’opera. Sannelli è un interprete, ma non c’è declamazione, c’è l’essenzialità del verbo. Non testi semplici, ma testi segreti che custodiscono il loro segreto. La parola condensata all’estremo, poi – ad un tratto – nel tratto il silenzio. “Da Emily Dickinson non ci si deve aspettare niente, se non una Conoscenza per lampi e guizzi di profumo” 3. Frammenti di tempo e spazio, nessun clamore. Hölderlin scriveva : “À la limite extrême du déchirement, il ne reste en effet plus rien que les conditions du temps et de l’espace”. Emily Dickinson costruisce il suo mondo sulla parola, rugiada e balsamo. Morte, Gloria e Bandiere non appartengono all’orizzonte del Verbo, ma al Deserto che cresce. “Le Bandiere – travagliano il Viso di chi muore – ”. Disseta, invece, la sua Parola: Rugiada, Ventaglio dolce, Mani amate, Aria fresca; “Questa è la mia Presenza Accanto alla tua Sete” (poem 715). Il poem 802, che Massimo Sannelli non ha tradotto, rende appieno l’illusione del Tempo e dello Spazio; è la prova che Emily Dickinson medita sull’Essere, e, non trovando che un’illusione al proprio essere finito nel Tempo, al Tempo rinuncia trovando nei Rudimenti dello Spazio la Finitudine e l’Eternità. Senza la paura. Così l’Ego sum non è prova ontologica, perché il Dubbio è il muro contro l’Angoscia del Reale. “Una fugace ombra di nubi su una landa ascosa: è questo l’offuscamento che la verità come certezza della soggettività, preparata dalla certezza di salvezza del cristianesimo, proietta su un Evento che le resta proibito esperire” 4.

1129.

Di’ tutto il vero, dillo obliquo –
Il trionfo è nel cerchio –
Troppo splendore per la nostra
Gioia – fioca –
La sorpresa superba
Del vero – è, come il Lampo
È ai bambini

Facilitato da parole umane:
O il vero abbaglia, piano,
O acceca il mondo –

Così Heidegger parlando dell’Aperto ne vede la totalità, il cerchio più ampio racchiudente le “regioni per noi inaccessibili”. “ La morte è la faccia della vita a noi occulta, da noi non rischiarata” (Rilke). “Che cos’è ciò che nel volere abituale dell’oggettualizzazione del mondo ci rimane sbarrato e sottratto da noi stessi ? È l’altro Ritiro: la morte”  5 . “Ma dove è pericolo, cresce anche ciò che salva” 6. È sorprendente quanto Emily Dickinson si trovi nella vicinanza di questo pensare: “Dal momento che la Morte è la prima forma di Vita che abbiamo il potere di Contemplare, […] è (strano) sorprendente che il fascino della condizione pericolosa in cui ci troviamo non ci seduca maggiormente. Con frasi del genere, proprio sulla nostra Testa, siamo esclusi dalla Gioia né più né meno che le Pietre –”

Nella poesia d’esordio dello “Studio”, due versi:

7.

E morte, è l’attenzione
Rapita all’Immortale

Altri versi, musica poi silenzio. Fine.

258.

C’è una Piega di luce,
Pomeriggi invernali –

……………………………

Quando viene, il Paesaggio
Ascolta – le Ombre tacciono –
Quando sale, è il Distacco
Sul viso della Morte –

789.

Su un Io Colonna è agio
Superare l’Angoscia –

1109.

Studio per loro –
Cerco il Buio,
Finché non sono pronta.
Questa fatica è la sobria
Fatica:
Con questa sola dolcezza
Che basta – il digiuno che
Offre per loro un cibo più puro,
Se io potrò,

Almeno avrò lo slancio, avuto,
Del Progetto –

1770.

Experiment escorts us last –
His pungent company
Will not allow an Axiom
An Opportunity

Questo libro non resterà “un esperimento che potrà essere dimenticato e superato o guardato con la piccola pietà intellettuale”. E il Sospetto che diventa quasi Certezza, che Rimbaud, Celan, Dickinson attendevano ancora d’essere “veramente” tradotti.

 

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1   Samuel Beckett, Comment c’est,
2   3 Massimo Sannelli, “Loved Philology”, prefazione a “Su un Io Colonna
4  Martin Heidegger, L’epoca dell’immagine del mondo
5  Martin Heidegger, A che poeti ?
Holderlin, Patmos

Emily Dickinson, Su un Io Colonna, a cura di Massimo Sannelli, La Camera Verde – Roma 2007

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ORSAROSSA / ILBANCHETTO DELLL’ANGELO

Posted by alfredoriponi su ottobre 6, 2006

Gelo

Se quella ragazza fosse morta per amore , malattia o solitudine non lo sapremo mai. […] la donna virtuale che donò tutto il suo amore al fantasma di un uomo crudele […] Eros -eroinomane -thànatos. Quella stessa identica ragazza morta cominciò ad essere baciata e penetrata da migliaia di persone… Per generazioni milioni di estranei premeranno le loro labbra e loro dita su di lei, una copia esatta di quelle labbra morte affogate un giorno gelido con l’ alta marea e il vento che soffiava forte dentro le sue ossa malate a Venezia. […] Continueranno a tentare di salvare la stessa ragazza […] Quella donna che voleva soltanto amare ed essere un po ” amata” … La ragazza che divenne un oggetto…  Che si innamorò di un fantasma greco, dell’ uomo sbagliato …

ORSAROSSAIl banchetto dell’angeloEdizioni Associate, Roma 2006, pp. 171, Euro 12

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[…] infilo anelli pesanti alle dita, che non tremino le mani e mi siano posate – quiete – lungo i fianchi – […] Siamo insetti nell’ombra coviamo larve attendiamo crisalidi […] congiunture femorali raggiri raggeli rauca e pigra muovo un passo tiro il filo mi sfilo l’anima la ripiego te la spiego te la dono ti perdono […]. Malgrado me ebbra di vita ancora ho carne e fiato cuore di burro cuore ammaliato[…]. Ti sono buio e anche luce mi sei corona di spine gloriose rovine mi sei eco all’orecchio riflesso allo specchio fluida mi perdo densa mi involo un’attitudine,un gioco un’attimo solo.

ORSAROSSA, Inedita

 

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Vento gelido

“Bufera di neve che spande ondate di polvere di ghiaccio su giardini”
Allen Ginsberg
Amore, malattia o solitudine, impossibile sapere di e per cosa si muore, si muore e basta, perché amore e malattia generano solitudine, laddove l’amore non è più nulla, se non pressione penetrazione di mani e corpi estranei. “ Labbra morte affogate un giorno gelido con l’ alta marea”, mai scritto nulla di più forte e duro sui nostri corpi morti, insensibili oramai alla vita, penetrati da altri corpi morti. E la riemersione da questo dolore, indifferente dolore, è un verso quasi tenero “E il vento che soffiava forte dentro le sue ossa malate a Venezia.” Sentire il vento nelle ossa e non sulla pelle, un vento che non scivola e accarezza, ma “soffia forte” nel cavo delle ossa malate, ed è gelido. Perché non si può amare se si vuole salvare l’Altro da se stesso, o essere solo il fantasma di una presenza in una vita che fa fatica senza un minimo d’amore, che percepisce il vuoto attraverso le ossa.
Bisogna attendere la fine per capire cosa c’è di perfetto in una vita “apparentemente” sbagliata, vita allo stadio larvale, spettrale, siamo insetti nell’ombra coviamo larve attendiamo crisalidi”, ma che non dispera di diventare farfalla.*
Stranezza del verbo, dei verbi che sembrano scontrarsi a distanza nel testo, e poi venirsi incontro; “infilarsi pesanti anelli alle dita” e “come un filo sfilarsi l’anima”. L’anello è pesante simbolo che non si dona; si da l’anima, si dona l’anima che non ha peso e non si sporca; l’anello serve solo a tenere le mani “posate – quiete – lungo i fianchi”, affinché “non tremino”. Si dona l’anima insieme al perdono. Ti perdono perché non l’hai accolta, e ti chiedo perdono di avere un corpo che ha “carne e fiato”, e un “cuore di burro”, troppo tenero, un cuore dove leggerai la mia pena e la mia condanna a vivere di niente, di un’estasi corporea che solo le non-sante hanno. Non so se è “banchetto” o “lotta” con l’Angelo.
“ E di ogni parola o silenzio tuo io ne faccio eco o risonanza. Ho sperato fino all’ultimo che tu potessi amarmi ,almeno un po’. In fondo non era faticoso. Una goccia d’acqua ogni tanto. Come si fa con le piante d’appartamento. Quelle dimenticate negli angoli.” (O. R.)

 

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