fragm

cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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Archive for the ‘testi’ Category

AMELIA ROSSELLI

Posted by alfredoriponi su novembre 25, 2008

Cercando una risposta ad una voce inconscia
o tramite lei credere di trovarla – vidi le muse
affascinarsi, stendendo veli vuoti sulle mani
non correggendosi al portale. Cercando una risposta
che rivelasse, il senso orgiastico degli eventi
l’ottenebramento particolare di una sorte che
per brevi strappi di luce si oppone – unico senso
l’azione prestigiosa: che non dimentica, lascia
i muri radere la pelle, non subisce straniamenti
e non rivolta, contro questo male stritolante
e singhiozzante, che è la mia luna sulla faccia
l’odore di angeli sulle braccia, il passo certo
e non nascosto: la rovina lenta ma adempiuta:
un non staccarsi dalle cose basse, scrivendone
supina.

(Amelia Rosselli, Le poesie, Garzanti 2004)

 

*

Affermazione d’inesistenza. Un piccolo, inutile, balletto funebre: “ballerine suicide di notte”. Un’attesa perenne e una speranza mai delusa. “Vero verbo che sale nel tuo cuore”. La risposta che qui, tra le cose basse si cerca, nell’azione prestigiosa che si lascia incantare dal senso più segreto della perdita. Ottenebramento della sorte che s’oppone per brevi strappi di luce, un sentire i muri radere la pelle, che è lo stesso male che fa la luce della luna sulla faccia o l’odore degli angeli. Questo fronteggiare l’eternità che non si può dimenticare. Di questo si può scrivere supini perché tutto è già adempiuto, rovina lenta e inesorabile dell’accadere, ma sopportabile senza staccarsi dalle cose.

 

 

 

Posted in amelia rosselli, poesia, testi | 1 Comment »

Piero della Francesca

Posted by alfredoriponi su giugno 28, 2008

 

La luce di San Francesco, d’arancio rosa.

Davide a Abigail: “Vedi, ho dato ascolto alla tua voce e ho accolto la tua presenza” (Sm1, 25, 35).

Descubre tu presencia, Y máteme tu vista y hermosura; Mira que la dolencia De amor, que no se cura Sino con la presencia y la figura. (Juan de la Cruz)

Il crocifisso di Cimabue a San Domenico

Bassorilievi sopra la porta di Santa Maria della Pieve: lo scorrere del tempo, i presocratici e il dio cristiano.

Tu, di fronte ai mesi, io di fronte al quadro di Sabatelli “Davide e Abigail”.

I mesi. Il trascorrere del tempo. Stiamo seduti sulla sponda di un fiume e guardiamo il passaggio dell’acqua. Dove non possiamo entrare.

Nell’acqua non entriamo, forse già siamo nel grande mare universale che ci trascina come legni nella corrente… e non lo sappiamo!

Come guardare il paesaggio e il cielo oscurarsi dal finestrino di un treno.


 

2006–2008 alfredo riponi – r. r. florit. Attraverso La Leggenda della Vera Croce di Arezzo, dipinta da Piero della Francesca tra il 1452 e il 1466.

 

 

Posted in arte, testi | 5 Comments »

HELLER-ROAZEN / ECOLALIE

Posted by alfredoriponi su aprile 13, 2008

 

“Il semiotico è la musica della poesia. Retrospettivamente, è ciò che il bambino articola con il suo balbettio prima di imparare le parole…” (J. Kristeva)


                        

Ecolalie, una sinfonia di testi su una sola lingua, una sinfonia di lingue per un solo testo.
La perdita dei suoni: ecolalia infantile plurilingue, lingua di Dio (aleph), fonemi silenziosi – La morte delle lingue, la loro reviviscenza sotto altre forme, la lingua perduta o proto-lingua – Lingua (della) madre, sfide grammaticali, Canetti, Wolfson, Abu Nuwas, Landolfi – Babele, abitare la lingua. Il libro di Heller-Roazen è formato da capitoli che s’intersecano, dove la linguistica, la psicanalisi, la letteratura, s’incontrano a partire dal dubbio sollevato dall’origine del linguaggio, sintomo creativo che diviene a sua volta segno di una mancanza originaria, di una perdita che perdura. Nell’infanzia avviene il vero processo d’apprendimento d’una lingua che si struttura sopra frammenti ecolalici. Infiniti nella loro varietà, questi frammenti contengono potenzialmente tutte le lingue. Per apprendere la lingua madre il bambino dovrà sacrificare questa molteplicità all’uno. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”. L’ecolalia che ancora portiamo in noi.
A quella prima perdita necessaria di cui non ci dimentichiamo, faranno seguito altre perdite: la perdita degli dèi (cap III Aleph), la perdita di fonemi inutilizzati (cap. IV Fonemi in via di estinzione). Più o meno necessarie, più o meno traumatiche, struttureranno il nostro inconscio e riappariranno nelle espressioni visibili della religiosità e creatività umana, nella poesia.
La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. La scrittura diventa il segno di una metamorfosi dolorosa per la ninfa “Io” di Ovidio (cap. XIII La mucca che sapeva scrivere), come per scrittori e poeti in esilio (Arendt, Brodskij). Dalla voce può anche sorgere un divieto di metamorfosi (Canetti – cap. XVI), parola d’ordine o sentenza di morte simbolica che significa “tu sei già morto”. Quella che ascoltiamo” scrivono Deleuze-Guattari in Millepiani, a proposito di Canetti (enantiomorfosi) “è una parola d’ordine che è sentenza di morte, simbolica, iniziatica, temporanea”. La “lingua-senza-corpo che scrive” nel racconto Valdemar di Poe (cap XV Aglossostomografia).
La lingua materna può diventare anche prigione, la madre di Canetti (nel primo tomo della sua autobiografia, La lingua salvata) lo imprigiona nella “sua” lingua materna, che non è più la lingua di famiglia, ma la “lingua della madre”, il vincolo affettivo. L’incontro con la scrittura si rivelò decisivo per Canetti, ma capì che per la madre “il tedesco era la lingua dell’intimità e dell’affetto”, “il bambino era solo il sostituto del padre morto e dei loro colloqui d’amore spezzati”. L’acquisizione della nuova lingua non fu una lingua straniera, ma “una lingua madre innestata con ritardo e con vero dolore… una seconda nascita”
Le altre lingue che si mescolavano nella sua infanzia nomade hanno relegato il bulgaro nell’oblio del paese in cui era nato. Nel mettere su carta i suoi ricordi d’infanzia, scrive Canetti, “la traduzione si è compiuta spontaneamente nel mio inconscio”, quindi non c’è alcuna deformazione. La lingua dell’infanzia dimenticata trova una nuova musica attraverso una nuova lingua, ma quei suoni infantili della lingua dimenticata sono ancora dentro di lui, agiscono inconsciamente, sollevano veli, echi, designano una perdita. “È perdendo la madre che si scopre che la propria lingua madre è sempre già perduta”. Come la lingua della poesia, che è sempre un’altra lingua tradotta dalla lingua madre, scrive Marina Cvetaeva.

 

Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue, Quodlibet 2008

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CLAUDE SIMON / Le jardin des plantes

Posted by alfredoriponi su marzo 16, 2008

Avec ses ruines colossales, sa profusion de palais, de coupoles et d’églises entre lesquels circulaient (ou se trouvait coincé) le flot des voitures, ça faisait penser aux ossements de quelque monstre prédateur d’une espèce disparue depuis longtemps et dont une armée d’insectes à carapace s’acharnait à ronger ce qui pouvait encore rester de chair accrochée a ces falaises de pierre, ces arcades, ces thermes, ces dômes boursouflés et creux. Comme l’accumulation (les cyclopéens et ambitieux entassements d’architraves, de frontons, de corniches, de volutes, de trophées, de baldaquins, de pietàs et d’angelots dorés) laissée derrière elles par de successives dynasties de personnages aux mêmes visages pensifs, glabres et impitoyables sculptés dans le marbre, couronnés de lauriers, de tiares ou de chapeaux de cardinaux.

et soudain, au-dehors, sans un éclair ni quelque grondement annonciateur, d’un coup, la pluie tropicale se mit à tomber : non pas ce grignotement ou même ces crépitements dont un orage fouette parfois les vitres, mais diluvienne, primitive, verticale, aveugle, avec un bruit majestueux de cataclysme et de désastre, semblable à quelque chose comme un réseau liquide qui, en quelques secondes, allait transformer les chaussées défoncées en lacs, en rivières…

L’air immobile a cette tiédeur pour ainsi dire intestinale, charnelle, caractéristique de l’Inde, chargée de ces imprécises senteurs à la fois végétales et animales qui, le matin, avant l’étouffante fournaise de l’après-midi, semblent suspendues comme de légères exhalations d’herbes, d’essences et d’espèces inconnues.

Dans les ténèbres viscérales de quelques ventre, de quelque matrice originelle aux lourdes senteurs de fleurs inconnues, aux noms inconnus, qui en pourrissant exhalaient un entêtant et subtil parfum de décomposition et de mort s’était dressée pour les accueillir la matérialisation même, insolite, vaguement menaçante, de ce continent lui-même fabuleux…

(Claude Simon, Le jardin des plantes)

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DICKINSON / SANNELLI “SU UN IO COLONNA”

Posted by alfredoriponi su giugno 20, 2007

Soft as the massacre of Suns
By Evening’s Sabres slain
(E. D.)

“Soudain au loin le pas la voix rien puis soudain quelque chose quelque chose puis soudain rien soudain au loin le silence” 1. La paura di Massimo Sannelli: “rendere ciò che è come è”. “I testi di Emily Dickinson tendono ad essere semplificati ed ipersemplificati (e più sono impervi più sono massacrati, a partire dalla loro facies tipografica: maiuscole e punteggiatura)…” 2. Lavoro di traduzione che è uno « studio » sull’opera. Sannelli è un interprete, ma non c’è declamazione, c’è l’essenzialità del verbo. Non testi semplici, ma testi segreti che custodiscono il loro segreto. La parola condensata all’estremo, poi – ad un tratto – nel tratto il silenzio. “Da Emily Dickinson non ci si deve aspettare niente, se non una Conoscenza per lampi e guizzi di profumo” 3. Frammenti di tempo e spazio, nessun clamore. Hölderlin scriveva : “À la limite extrême du déchirement, il ne reste en effet plus rien que les conditions du temps et de l’espace”. Emily Dickinson costruisce il suo mondo sulla parola, rugiada e balsamo. Morte, Gloria e Bandiere non appartengono all’orizzonte del Verbo, ma al Deserto che cresce. “Le Bandiere – travagliano il Viso di chi muore – ”. Disseta, invece, la sua Parola: Rugiada, Ventaglio dolce, Mani amate, Aria fresca; “Questa è la mia Presenza Accanto alla tua Sete” (poem 715). Il poem 802, che Massimo Sannelli non ha tradotto, rende appieno l’illusione del Tempo e dello Spazio; è la prova che Emily Dickinson medita sull’Essere, e, non trovando che un’illusione al proprio essere finito nel Tempo, al Tempo rinuncia trovando nei Rudimenti dello Spazio la Finitudine e l’Eternità. Senza la paura. Così l’Ego sum non è prova ontologica, perché il Dubbio è il muro contro l’Angoscia del Reale. “Una fugace ombra di nubi su una landa ascosa: è questo l’offuscamento che la verità come certezza della soggettività, preparata dalla certezza di salvezza del cristianesimo, proietta su un Evento che le resta proibito esperire” 4.

1129.

Di’ tutto il vero, dillo obliquo –
Il trionfo è nel cerchio –
Troppo splendore per la nostra
Gioia – fioca –
La sorpresa superba
Del vero – è, come il Lampo
È ai bambini

Facilitato da parole umane:
O il vero abbaglia, piano,
O acceca il mondo –

Così Heidegger parlando dell’Aperto ne vede la totalità, il cerchio più ampio racchiudente le “regioni per noi inaccessibili”. “ La morte è la faccia della vita a noi occulta, da noi non rischiarata” (Rilke). “Che cos’è ciò che nel volere abituale dell’oggettualizzazione del mondo ci rimane sbarrato e sottratto da noi stessi ? È l’altro Ritiro: la morte”  5 . “Ma dove è pericolo, cresce anche ciò che salva” 6. È sorprendente quanto Emily Dickinson si trovi nella vicinanza di questo pensare: “Dal momento che la Morte è la prima forma di Vita che abbiamo il potere di Contemplare, […] è (strano) sorprendente che il fascino della condizione pericolosa in cui ci troviamo non ci seduca maggiormente. Con frasi del genere, proprio sulla nostra Testa, siamo esclusi dalla Gioia né più né meno che le Pietre –”

Nella poesia d’esordio dello “Studio”, due versi:

7.

E morte, è l’attenzione
Rapita all’Immortale

Altri versi, musica poi silenzio. Fine.

258.

C’è una Piega di luce,
Pomeriggi invernali –

……………………………

Quando viene, il Paesaggio
Ascolta – le Ombre tacciono –
Quando sale, è il Distacco
Sul viso della Morte –

789.

Su un Io Colonna è agio
Superare l’Angoscia –

1109.

Studio per loro –
Cerco il Buio,
Finché non sono pronta.
Questa fatica è la sobria
Fatica:
Con questa sola dolcezza
Che basta – il digiuno che
Offre per loro un cibo più puro,
Se io potrò,

Almeno avrò lo slancio, avuto,
Del Progetto –

1770.

Experiment escorts us last –
His pungent company
Will not allow an Axiom
An Opportunity

Questo libro non resterà “un esperimento che potrà essere dimenticato e superato o guardato con la piccola pietà intellettuale”. E il Sospetto che diventa quasi Certezza, che Rimbaud, Celan, Dickinson attendevano ancora d’essere “veramente” tradotti.

 

—————————————————————————————————

1   Samuel Beckett, Comment c’est,
2   3 Massimo Sannelli, “Loved Philology”, prefazione a “Su un Io Colonna
4  Martin Heidegger, L’epoca dell’immagine del mondo
5  Martin Heidegger, A che poeti ?
Holderlin, Patmos

Emily Dickinson, Su un Io Colonna, a cura di Massimo Sannelli, La Camera Verde – Roma 2007

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SAMUEL BECKETT / L’INNOMINABILE

Posted by alfredoriponi su novembre 16, 2006

Comment, dans ces conditions, fais-je pour écrire, à ne considérer de cette amère folie que l’aspect manuel ? Je ne sais pas. Je pourrais le savoir. Mais je ne le saurai pas. Pas cette fois-ci. C’est moi qui écris, moi qui ne puis lever la man de mon genou. C’est moi qui pense, juste assez pour écrire, moi dont la tète est loin. Je suis Mathieu et je suis l’ange, moi venu avant la croix, avant la faute, venu au monde, venu ici.

 

Come, in queste condizioni, riesco a scrivere, a non considerare di quest’amara follia che l’aspetto manuale ? Non lo so. Potrei saperlo. Ma non lo saprò. Non questa volta. Sono io che scrivo, io che non posso sollevare la mano dal mio ginocchio. Sono io che penso, quel poco che basta per scrivere, io la cui testa è lontana. Sono Matteo e sono l’angelo, io venuto prima della croce, prima della colpa, venuto al mondo, venuto qui.

 

(Samuel Beckett).

 

Posted in beckett, letteratura - articoli, testi | 26 Comments »