fragm

cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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Archive for the ‘wittig’ Category

Wittig | Les guérillères

Posted by alfredoriponi su novembre 21, 2014

Au bord du lac il y a un écho. On s’y tient avec un livre ouvert dont les passages préférés sont redits de l’autre côté par la voix qui s’éloigne et répète. Au double écho, Lucie Maure crie la phrase de Phénarète, je dis que ce qui est, est. Je dis que ce qui n’est pas, est également. Quand elle reprend plusieurs fois la phrase, la voix dédoublée, puis triple, superpose sans cesse ce qui est et ce qui n’est pas. Les ombres couchées sur le lac bougent et se mettent à trembler à cause des vibrations de la voix.

[Monique Wittig, Les guérillères, Les Éditions de Minuit, 1969]

http://www.leseditionsdeminuit.fr/f/index.php?sp=liv&livre_id=1894

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MONIQUE WITTIG / L’OPOPONAX

Posted by alfredoriponi su Maggio 19, 2013

Dopo un po’ si fermano e siedono a terra. Nessuno parla. Ascoltano i rumori. Certi insetti volano vicinissimo a scatti. Quando scompaiono si ode il silenzio, poi un ronzio continuo che si direbbe lontano. Si rendono conto che è il rumore fatto da tutti gli insetti che stanno volando in quel momento, è un rumore assai forte che non può andare confuso col rumore degli uomini nei campi. Si rendono conto per quel ronzio che c’è là un mondo differente di cui non è possibile far parte. Si stropicciano gli orecchi perché il ronzio diviene sempre più insistente sempre più continuo, l’odono come uno stridore unico e insopportabile, finiscono col domandarsi se viene da loro stessi, si tappano gli orecchi perfino, ma quando tolgono il dito il ronzio non dà ancora tregua. Ogni tanto si posa lì vicino un’ape o un moscone, si ode allora un rumore meccanico un ronzio particolare con un’origine precisa, poi rientra anche questo nell’altro rumore, nel grande rumore di fondo e vi si perde. A volte hanno l’impressione di udire i passi di qualcuno che si avvicina, si rannicchiano contro terra, sentono battere il cuore contro le ginocchia che tengono attaccate al petto. Passa un toporagno o un sorcio e tutto è finito. In mezzo al grano aspettano che cali il sole. Allora gli uomini lasciano i campi. È piena di colori, quest’ora, perché la luce non è troppo forte. Grandi ombre color ocra sui campi di grano ai margini della foresta, e sotto gli alberi grandi chiazze nere che sembrano macchie d’inchiostro, toni oltremarini cadono sulle fasce di foresta che si vedono in fondo al cielo, al di là non si può scorgere più niente perché quello è l’orizzonte, e in ogni modo vedono benissimo che la terra è rotonda perché la linea che separa l’azzurro trasparente del cielo dall’oltremare della foresta fa una curva nera e netta, a girare su se stessi si ha tutto intorno un gran cerchio tondo come qualsiasi altro cerchio e su di sé il cielo che ha la forma dell’arancio svuotato che hanno tagliato in classe per fare un emisfero.

[Monique Wittig, L’Opoponax, Einaudi 1966, tr. Clara Lusignoli; Editions de Minuit, 1964]

http://www.leseditionsdeminuit.fr/f/index.php?sp=liv&livre_id=1893

http://www.leseditionsdeminuit.fr/f/index.php?sp=livAut&auteur_id=1467

http://www.moniquewittig.com/francais/biographiepage2.htm

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