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cette fin du monde de poche s’exprimait tout entière dans la syllabe fragm (Michel Leiris)

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Věra Linhartová – Ritratti carnivori (II)

Posted by alfredoriponi su maggio 27, 2012

Senz’ombra di dubbio, una comunicazione sotterranea aveva luogo tra lui e qualcun altro. Poteva seguirne le ramificazioni, senza mai risalire sino alla fonte. Avvertiva chiaramente gli impulsi e le risonanze che passavano tra lui e lo sconosciuto. Ma non riusciva mai a varcare la soglia oltre la quale quelle sottili vibrazioni svanivano nel buio. Meglio cosi, forse. Registrava le onde che lo attraversavano, non si curava né delle loro origini né del loro impatto.

[…]

Ma c’erano gli incontri. In particolare, ci fu quello vicino alla fontana, un incontro altamente improbabile sebbene atteso con certezza, seguito da diversi altri, ugualmente presentiti. Una volta ancora, l’inevitabile aveva iniziato il suo corso. Il cielo era denso di presagi e le vie parallele si incontravano in punti di intersezione per forza di cose fuori dal tempo. A ognuna di queste apparizioni lo spazio si disintegrava, si scardinava. Proprio nel mezzo si trovava un sentiero, serpeggiante nel fondo di un abisso, mentre su entrambi i lati ripidi pendii si sfaldavano, crollavano o si aprivano come ventagli. Nel silenzio senza eco che avvolgeva quei momenti, le parole effettivamente pronunciate non erano più all’altezza, le apparenze più convincenti non avevano più corso. Non avete mai notato che è la luce a snaturare la naturale trasparenza delle cose immerse nel buio senza ombra? In ogni caso, questa limpidezza notturna, questa penetrante presenza di cose spogliate dei loro inutili involucri, gli era diventata familiare.

[…]

Gli eventi ormai gli scivolavano addosso, era fuori tiro. Non c’era nulla da capire. Una parola nasceva in lui, un vocabolo, un incantamento. Un tono disteso su tutta l’eternità. Che niente dice. Che niente esprime. Che non si appella a nessuno. Talvolta alcuni oggetti emergevano dal grigiore, non facevano che ferirlo con la loro opacità. Un ramo senza foglie dietro il vetro, nello sfondo di una collina oscurata dove si accendevano le prime luci della sera. Che fare di questa immagine? Distolse lo sguardo per fissarlo su un punto invisibile, vi regnava un silenzio cosi profondo che riusciva a udirlo ad ogni istante.

(Věra Linhartová, Sagiro il Maestro, in Ritratti carnivori, edizioni e/o 1987)

*

Věra Linhartová, narratrice e poetessa ceca (Brno 1938). Critica d’arte legata negli anni Sessanta al Gruppo surrealista di Praga (di quegli anni sono i versi pubblicati poi in Giano dai tre volti, 1993), autrice di monografie su artisti figurativi (A. Tapiés, J. Šima), dalla sua produzione narrativa estremamente rarefatta esala un indubbio quanto inquietante fascino. In un’epoca di obbligato realismo, i bizzarri e quasi astratti racconti che aveva cominciato a scrivere sul finire degli anni Cinquanta – poi confluiti in Uno spazio da distinguere (1964), Interanalisi del fluito prossimo (1964), Discorso sul montacarichi (1965), L’eppurlinguaggio (1967) e Una casa lontano (1968) – mettono in scena le raggelate geometrie di una razionalità che delega alle circonvoluzioni del discorso quel senso solo raramente veicolato da un qualche sviluppo della trama. In Chimera, ovvero Sezione di cipolla (1967, pub. nel 1993), l’ultimo testo in ceco, il tono sembra farsi invece più discorsivo, con compiaciute divagazioni letterarie. Trasferitasi nel 1968 a Parigi, la sua ricerca all’interno del linguaggio è continuata in francese nei testi brevi, quasi poemetti in prosa, di Twor (1974) e Intervals (1979; Intervalli). Risultato forse del nuovo interesse per la cultura giapponese d’avanguardia (cui ha poi dedicato studi e traduzioni) sono il ritorno al figurativo e la nuova scrittura cesellata che pervade Portraits carnivores (1982; Ritratti carnivori), tre accorate variazioni sul tema del vuoto, dell’isolamento cercato, e i racconti di Anachroniques (1995) e Mes oubliettes (1997). (www.sapere.it)

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